Expo: il trionfo delle qualità italiane last second

Avendo fatto due settimane il volontario ad Expo posso dire di averlo un po’ vissuto e vi confermo quanto scrissi a suo tempo: visto a partire dal 23 luglio rimasi sorpreso di come fosse stato ben curato nei dettagli sorprendendomi per la qualità’ del sistema nel suo complesso, anche se una pioggia di un giorno causo’ subito il panico generale. Detto questo, con oggettiva analisi e senza farsi trascinare da generosi entusiasmi o critici commenti tipo i gufi di cui parla Renzi, direi di non applaudirsi troppo ma riflettere, anche se il mio appello ovviamente cadrà nel vuoto. I numeri, se da un lato sono estremamente gonfiati dal trucchetto dell’entrata serale a 5 euro e non riflettono tutti i partecipanti di un giorno intero, sono pero’ emblematici di quanto se da un lato siamo il paese dei disastri ecologici, tangenti, impreparazione e pressapochismo, dall’altro sappiamo mostrare il nostro lato migliore che purtroppo come sempre emerge se messi alle strette e dobbiamo aspettare gli interventi in emergenza, come lo studente che deve passare l’anno all’ultimo compito in classe. Milano fu scelta nel 2008, con tutto il tempo per fare le cose con calma e cura appropriata. 5 anni per i permessi, ritardi enormi nei lavori, un commissario straordinario ed il fango che, parole delle guardie con cui ho parlato spesso, era ancora imperante a febbraio e marzo. Allora per favore non gongoliamoci troppo sui numeri di Expo, ma proviamo a prendere consapevolezza che se avessimo competenti e ONESTI amministratori pubblici allora potremmo interamente mostrare il lato migliore di noi, quello straordinario, incarnato non in un amministratore designato per emergenza, ma dal cemento futuristico del palazzo Italia, da tutti quelli che ci hanno lavorato inorgogliti ma sottopagati, dai tanti ragazzi volontari che hanno trascorso li’ le ore sotto il sole, dimostrando che se volessimo potremmo essere nettamente superiori alla Germania perche’ in fin dei conti siamo sempre i, seppur lontani, discendenti di gente come Leonardo, Michelangelo e Brunelleschi.

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Il food a stelle e strisce: first steps

Eccomi arrivato negli States! Appena mossi i primi passi mi sono reso conto che dalle persone alle auto, cosi’ come dai panini ai supermarket, per entrare subito in tema, qui in ogni campo vale la regola d’oro made in USA più famosa e diffusa, da me maccheronicamente riproposta in “everything large & big: size and quantity”…non trovateci facili significati maliziosi! :)

Trovandomi come ogni studente appena entrato in una nuova casa con la dispensa del tutto a secco mi sono fatto largo tra i bizzarri generi alimentari dei miei due coinquilini, lasciandone perdere per il momento la comprensione, per ricavare uno spazio per i miei.

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Intento solo a restare più sveglio che alla prima ora di lezione a scuola dopo una serata alcolica seguita da discoteca, ho puntato dritto sul primo megastore vicino casa, probabilmente il mio punto di riferimento per famelici richiami o le classiche dimenticanze da spesa senza una lista precisa.

Ben fornito, con mia sorpresa, di frutta e verdura, mi sono sentito tuttavia disorientato tra corridoi infiniti e scaffali pieni di prodotti sconosciuti senza le familiari marche nostrane. In fin dei conti molto spesso compriamo sempre allo stesso supermercato perché cosi riusciamo ad andare a colpo sicuro, un po’ quasi come a casa, andando in sbattimento se cambiano la posizione di qualche scaffale. Privo di ogni punto di riferimento, ho scansato le incommestibili atrocità culinarie dei cibi pronti da yankees, con l’obiettivo pero’ di andare a provarle non appena atterrato anche col cervello sul continente americano, e mi sono rifugiato su una piuttosto ampia scelta di rassicuranti cibi italiani di base.

Arraffando i grandi classici come pasta, sughi pronti, pelati, caffè e olio extravergine da bravo “italianuzzo” emigrante, ha catturato la mia attenzione anche un pacco dei miei biscotti preferiti, non diremo la marca per evitare pubblicita’ occulta, da soli 100 grammi al modico prezzo di $5, da considerare come extrema ratio esclusivamente in momenti di grave depressione da cucina casereccia nostrana.

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Ho comunque bilanciato con un enorme pacco di flakes, grande almeno il doppio di quello che troviamo da noi, ed ovviamente di pari passo un cartone di latte, il più piccolo, cioè da mezzo gallone che sul primo momento mi ricordava piu’ la varichina di mia mamma per pulire…diciamo scambio non proprio ottimale per provare subito l’ebrezza del sistema sanitario americano e dare un senso al mutuo fatto per l’assicurazione!

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Direi proprio per un primo momento quello che basta per sentirsi meno spaesato, convinto tuttavia di portare avanti la filosofia “we are what we eat” e quindi sicuramente aperto, dopo i primi momenti, a provare tutto ciò che di nuovo e curioso qui possa trovare (nei limiti del commestibile, ovviamente!), con lo spirito che la cucina e la tavola sono uno dei modi più piacevoli ed interessanti per scoprire una nuova cultura ed entrare, senza mai perdere di vista la propria, a farne parte.

Grazie della lettura!

See you next week guys!

Siamo fortunati

Le due facce vicine e opposte dell’America, quella del benessere e opulenza da un lato e quella dell’emarginazione e precarietà dall’altro, possono essere racchiuse nello spazio di pochi metri. Accanto alle villette terra tetto come in quella in cui vivo nella stessa strada, due case più avanti, si oltrepassa quella linea invisibile che porta in una zona abitata dai latinos, una delle comunità non autoctone più popolose del paese. Musica ad alto volume, sporcizia, povertà, alcol ed uomini rigorosamente con la felpa ed il cappuccio tirato su per il freddo che di mattina aspettano qualche opportunità di un lavoro a giornata, di ogni tipo. Caricati molto spesso nella parte posteriore di un pick up iniziano il loro giorno nella incertezza ed accontentandosi di quello che, ovviamente senza tutele, il caporale del giorno potrà offrire. Questa mattina, attraversando a piedi questo pezzetto di strada per arrivare alla stazione da dove ricomincia a distanza di cento metri l’America del sogno e del carrello sempre strapieno, ho visto una distribuzione alimentare. Una comunità locale di volontari distribuiva bevande calde, pane e coperte ad una nutrita fila di persone, ordinatamente e dignitosamente ad aspettare. Allora non puoi altro che pensare che c’e’ sempre da riflettere su quanto siamo fortunati.

Piccole conquiste quotidiane

Insomma in questo mondo digitalizzato ho scoperto che nel conto americano posso e sono riuscito con l’app della banca a versare un assegno mandando le foto, che si può prenotare praticamente tutto dallo smartphone senza fare un passo da casa e che e’ possibile accendere l’auto (evviva lo spreco di benzina ed il patto di Kyoto) qualche minuto prima attivando il riscaldamento a distanza. Quando in questo “guazzabuglio moderno”, come diceva Mago Merlino, riusciranno anche a creare una app per non scendere dal letto caldo ed andare in bagno al gelo avvertitemi. Io intanto per ora ho fatto la mia conquista italianizzando il mio coinquilino: anziché cenare in una ciotola in camera sua mangiamo insieme scambiando due chiacchiere. Un piccolo passo per un italiano, un grande passo per gli americani!

Lo stagista indeciso in America

Penne ai pomodorini e funghi porcini…chi ha detto che vivere in America significa solo hamburger, hot dog e patatine fritte?
Torna questo pomeriggio Lo studente indeciso ai fornelli
dalla fantasia del suo creatore Vito Scalia e del suo fantastico team anti-indecisione, più che mai deciso a farvi divertire con simpatia e tanti suggerimenti culinari.
All’interno una mia piccolissima rubrica “Lo stagista indeciso in America” con tante avventure a stelle e strisce…ma non vi anticipo altro!

Seguiteci sulla pagina facebook con un like e condivisione, oltre che sul sito internetwww.lostudenteindecisoaifornelli.it
Da poco anche su Instagram. ‪#‎lostudenteindecisoaifornelli‬
Stay tuned! Let’s go eating!!

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Un tirocinante italiano in America – alimentazione made in USA

Welcome back! Se i “Queen”, non me ne vogliano tutti i grandi cantautori e musicisti a stelle e strisce, dicevano “the show must go on”, ciò che può offrire questo Paese è davvero sorprendente e dà spettacolo, per l’appunto.

Ripartendo da dove avevamo lasciato, con le avventure alla scoperta dell’infinita offerta di supermercati, non si può che prendere atto di una grande verità: tutto ciò che la fantasia può pensare di essere commestibile, in ogni forma e colore, si può trovare. Anzi, talvolta la realtà supera la fantasia, soprattutto quella di un ignaro socio fidaty dell’intramontabile Caprotti, aficionados dei marchi di qualità e della rassicurante S sui prodotti, che può trovarsi davanti interi scaffali di items che non solo da noi rimarrebbero invenduti ma che per leggi del tricolore trovano uno stop legislativo già alla dogana.

Con mia grande sorpresa positiva, tuttavia, ho preso atto rispetto all’unica passata esperienza a stelle e strisce quattro anni fa, anche di una società in positiva evoluzione, almeno per i nostri standard. Vivere in un’area (per le mie tasche ahimè) con i redditi tra i più alti del Paese di sicuro contribuisce a vedere comunque una platea di consumatori sempre più attenti alla qualità dei prodotti, trincerando le loro insaziabili fauci dietro al nuovo trend del controllo dei cibi, cosiddetti “organic”. Diciamo che è il modo per essere più sicuri di non mangiare carne con mucche bombardate di steroidi come andassero alle gare di Mr Olympia, polli allevati in batteria beccando più antibiotici che chicchi, o vegetali e frutta resistenti anche alle dieci piaghe d’Egitto di biblica memoria. E questi, insieme al kit di sopravvivenza italiana descritto nell’introduzione, sono il mio target di spesa: un po’ più cari, ma con una maggiore garanzia di non tornare tra qualche mese a casa in versione omino Michelin, con già la gomma gonfia incorporata.

Di soggetti del genere, infatti, se ne vedono ancora molti a giro. La platea di nuovi consumatori, sebbene raggiunga tra i trenta e quaranta milioni di persone, deve ancora confrontarsi con tanti homer simpson della realtà, che si muovono con affanno spinti più dall’odore, almeno per me, nauseabondo di rifritto presente in molti luoghi, che dalla forza delle gambe.

Tuttavia pare che la catena con la famosa M tondeggiante, ancora di salvezza per tanti turisti e rassicurante punto di ritrovo per americani in giro per il mondo che non vogliono rischiare di farsi contagiare dalla cultura altrui, oltre che kinderheim per feste di compleanno, stia perdendo sempre più colpi nei confronti di concorrenti con una linea sempre di fast food ma più salutare, tipo quella con la grande S che riporta alla metropolitana…non l’esselunga, ovviamente!

Di questa dicotomia alimentare, con modelli di vita a confronto, ne ho avuto piena dimostrazione all’atto pratico con i miei coinquilini, trovandomi fuori campo non solo non essendo connazionale ma perché con la fantomatica dieta mediterranea, nonostante le abbuffate, si resta sempre convinti che se i nostri nonni hanno visto i novanta noi non saremo da meno…(corna facendo).

Comunque, tornando ai due roommates (che ironia vuole abbiano davvero le camere una a destra ed una a sinistra della mia), ho trovato nel pacioso Mike l’America con la sua tradizione mangereccia ad alto tasso di colesterolo e rischio d’infarto e nell’atletico Edgar quella degli acquisti esclusivamente salutisti facendo attenzione anche alle proteine, fibre e balle varie.

Il primo, infatti, vive del regno dei prodotti pronti (dalla pizza surgelata ai noodles da scaldare, dai pop corn per microonde ai tacos da rifreggere). Il suo repertorio poi si estende sul take away oppure nel cibo che gli portano a casa. Cenando alle sei quando ancora devo far ritorno dall’ufficio non posso sapere con certezza quali siano le altre schifezze del menu personale, ma dai consumi del week end ho capito che nella sua rubrica prima di “alicia” ci sono a-pizza, aa-kebab, aaa-mexican e via dicendo. Con mia incredula sorpresa, tuttavia, mi sono reso conto che le derrate alimentari che scompaiono a pasto per causa sua non sono comunque sufficienti. Il mio bulimico coinquilino, infatti, non attendendo il più equilibrato orario italiano del desco serale dopo il lauto pasto delle 6 pM rimette ben presto le ganasce in gran movimento, consumando nelle ore successive le leccornie (per i suoi canoni) più varie, dai pop corn al latte con i flakes. Tuttavia, la sua ingordigia mi ha fortunatamente confermato che per ora ai capelli bianchi che sopraggiungono impietosamente non si sono anche accompagnati attacchi di alzheimer, avendo ritrovato pacchi di biscotti nuovi misteriosamente a metà o quasi finiti.

Sempre rispettoso degli spazi ed altrui prodotti alimentari, va detto, nei suoi sonnambuli ingurgitamenti notturni ha fatto fuori il mio pacco di pumpkin biscuits in due notti, dimenticandosi di vivere nel paese della proprietà privata e soprattutto di aver invaso un confine di armadietto pericoloso. Come ho sostenuto all’incipit dei racconti la filosofia di questa esperienza di vita è quella di provare ad osservare la realtà circostante, cercando di non essere troppo critico, così come nel tentare di porsi in modo più easy. La mattina dopo, infatti, ho cercato di mettere da parte l’arrabbiatura per il principio di non rispetto parlandone con la calma e ritrovando la sera un nuovo pacchetto esattamente nella stessa posizione. Questo training autogeno, diciamo molto work in progress, sulle incazzature è stato poi del tutto spazzato via in modo ironico da un messaggio dello stesso Mike la notte successiva quando, in un attimo di risveglio dopo aver assaltato come la diligenza pure i biscotti al cioccolato, si è autodefinito un ciccione addicted ai dolci. A quel punto la scena è stata così buffa che non ho potuto che buttarla sul ridere e, non essendo capace di rendere la mia parte di dispensa come fort knox, ho semplicemente evitato anche per la sua salute di comprare altri troiai a cui, come i bambini(oni), proprio non sanno resistere!

Con il buon Edgar, invece, la realtà è diametralmente opposta. Il mitch buchannon della piscina del paese vicino (fa il bagnino per davvero), nonostante il fisico da arbitro di scacchi, e portiere di una squadra di calcio con il sogno di sfondare in quel mondo o altrimenti diventare un top gun in aviazione, è proprio un salutista convinto. Ancora faccio fatica a capire la composizione di tutti i suoi intrugli vegetali, tuttavia le sue confenzioni porzionate ed i mini sacchettini di plastica in cui mette le nocciole e noccioline che conta una ad una mi fanno sorridere. Tutto questo avvalorato da una dieta a base di uova, comprando la confezione da 36 tipo Rocky (da notare che qui la media è 12 o 24, io compro la confezione da 6 di un unico produttore sfigato) e di carote, o per meglio dire carotine piccolissime crude, già pelate, che onestamente non avevo mai visto ma ho comprato anche io con buon piacere.

Che dire quindi, sembrerebbero due rette parallele, ma in realtà proprio in un punto si incontrano: quello che per noi italiani è davvero più incomprensibili e quasi inaccettabile, ovvero la consumazione dei loro pasti. Takeway o preconfezionato, cucinato o elaborato dopo lunga preparazione la conclusione è sempre la stessa: sminuzzare tutto, metterlo in una ciotola da colazione (simil mastino napoletano), prendere un cucchiaio (le altre posate sono un optional, a quel punto meglio direttamente una vanga) e portarselo in camera da letto consumando davanti ad una tv grande come la parete ed a sedere su una poltrona da ufficio.

Quando li ho visti per la prima volta, non capendo la loro destinazione dopo aver cucinato e scrutando dalla porta della camera socchiusa per provare a dare un senso alla mia incredulità, ho ripensato al pranzo in famiglia, alla condivisione, al senso del convivium nel termine più profondo. Avendo vissuto per più di due anni solo in due città diverse so cosa significhi mangiare per conto proprio, tuttavia ho sempre cercato di mantenere anche nella impossibilità della condivisione conviviale, appunto, quel minimo di cura e preparazione del tavolo per me stesso, cercando di non far prevalere l’imbarbarimento sciatto.

Di ciò che ho visto fin’ora questo di sicuro è l’aspetto più difficile da capire, cercando di andare oltre la barriera culturale e ripensando a quanto mia mamma avesse ragione a farci spengere la tv quando eravamo tutti insieme a tavola, con lo stimolo di condividere la giornata ed i nostri vissuti. Ho ripensato a quando da ragazzino al contrario non vedevo magari l’ora di andarmene in camera a farmi gli affari miei ed a come invece nelle cene parigine o cremonesi agognassi talvolta di avere qualcuno a fianco o talvolta cenassi magari col vivavoce a telefono. Visto il fuso qui non sarebbe possibile e comunque de facto non vivo solo: nonostante i diversi criteri igienici, ne sono molto felice, ma ancora di più lo sono stato quando per due sere siamo riusciti a cenare insieme, sostituendo le voci e le parole dei programmi tv con i nostri racconti di vita e pensieri, ricreando quel concetto di piazza che contraddistingue il nostro Paese e che dovrebbe riportarci a guardare meno gli schermi e più gli occhi delle persone. See you for the next dinner guys!

I want to be a part of it, New York, New York

In attesa di un prossimo capitolo di avventure americane, stavolta un inframezzo più visivo, senza perdere quello spirito per quanto possibile di attenzione al particolare ad alle sfumature più contrastanti, come la foto alle ultime luci del tramonto tinto di un rosso tenue verso il rosa e quella nel turchese ed indaco risplendente della città a mezzogiorno. Dietro alla agognata libertà, andando ieri a NY per la prima volta nella mia vita, ho pensato a tutti coloro che riponevano nel nuovo mondo tutte le speranze di un futuro migliore fatto di opportunità, ma anche di enormi rinunce, restando come annullati davanti alla infinita imponenza dei grattacieli che quasi mette soggezione. Proprio gli stessi che hanno mantenuto nell’Empire State Building la loro punta di certezza durante la voragine fisica e umana creata dall’evento che ha cambiato la storia contemporanea, quello che nessuno potrà dimenticare, e verso cui è meglio sostituire alle parole l’immagine di una rosa bianca, ponte e metafora della vita, che fiorisce come il nuovo maestoso grattacielo sempre più proteso ai limiti umani, ricordandoci del vuoto incommensurabile quando sfiorisce, emblema della caducità della vita. Un pensiero sentito e raccolto a tutti i caduti di quel giorno, ai soccorritori ma anche a tutti coloro in molti altri paesi di cui non abbiamo mai ricordo.

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Un tirocinante italiano in America – introduction

Prendendo spunto dal ben più noto brizzolato e autorevole giornalista nonchè scrittore Beppe Severgnini, di cui ho letto il libro “Un italiano in America”, mi è venuto in mente di dar vita nel mio piccolo ad una raccolta di impressioni personali su questa nuova vita a stelle e strisce.
Cercando di mantenere il saggio principio ed approccio consigliato da mia mamma, cercherò di ritrarre le impressioni su questo “nuovo mondo”, di nome e di fatto, mostrandone il dipinto a cui ognuno darà sua lettura, provando per una serena convivenza ad apprezzarne i lati positivi ed essere consapevole di quelli negativi, un po’ come con ogni persona, popolo e Paese.

Essendo arrivato di sera, accompagnato con l’auto dall’aeroporto, non posso che partire dai mezzi di trasporto (ne è passato di tempo e condizioni vita da quelle immagini agghiaccianti degli emigranti italiani stipati dalle navi sporche e logore nei centri d’identificazione ad Ellis Island). Oggi, nel 2015, quelle immagini le rivediamo riproposte su altri popoli, mentre le urla disumane della polizia americana di frontiera per farti muovere nella fila sono rimaste le stesse…assoggettanti, diciamo così, specie se hai tre valigie extra large e solo due mani.
Ma torniamo al campo motoristico. Qui cominciamo subito con la regola d’oro made in USA più famosa e diffusa in ogni campo, da me maccheronicamente riproposta in “everything large & big: size and quantity”…non trovateci facili significati maliziosi! Emoticon grin questa si applica molto bene alle auto, bus e camion, oltre che al campo dei supermarket. Di motori diesel, ormai scelta obbligata dei poveri automobilisti italiani vessati dalle accise governative che pagano ancora le nostre sfortunate avventure coloniali in Abissinia, non se ne parla nemmeno. Qui le macchine sono quasi tutte a benzina, cheaper rispetto al gasolio, che ai nostri occhi te la tirano dietro a circa 2,50 “bucks”, quelli verdi con le facce dei presidenti, al gallone (1 = 3,78 litri), fate presto il conto rispetto ai nostri prezzi! Tuttavia, agli occhi di un attento risparmiatore italiano, questi pick-up con sei ruote, quattro scarichi, motori da carro armato abrams fanno abbastanza impallidire. E qui più o meno è la norma, essendo i nostri suv da milanese imbruttito considerati al pari delle utilitarie, mentre se vuoi davvero “spaccare” non puoi fare a meno di un V8 cinquemila che si sente fino dall’inizio della strada, consumando come una portaerei.
Tuttavia nel mio primo tragitto, con stupore anche dell’autista che sette giorni su sette è al volante, sono riuscito a vedere un ormai rarissimo modello retrò, di quelle familiari da sit-com anni ’80 tutte di legno lunghissime tipo cassa da morto ed in cui può entrarvi una squadra di calcio al completo, senza riserve.
Un po’ analogo il concetto dei camion, così come quello dei bus per bambini: tutte immagini che ci portano alla nostra cultura televisiva così ben arricchita dalle berlusconiane televisioni. I bus gialli con il cartello di stop che esce fuori alla fermata mi hanno sempre colpito, non solo perchè giustamente sono rispettati da tutto il traffico che si ferma più che con le ambulanze, mentre da noi scooteristi incazzati fanno zig zag tra le cartelle dei bambini, ma anche per la loro forma. Se osservate con attenzione, infatti, vi accorgerete di un particolare nella parte posteriore: quanto cavolo sporge rispetto a dove sono posizionate le gomme di dietro? se si sbilanciasse metà classe non arriverebbe a scuola! confidiamo solo che alla guida non ci siano i tipi come l’autista Otto, di simpsoniana memoria.
Per i “bisonti della strada”, invece, io mi rifaccio sempre al mitico film di Stallone “Over the top” ed a quelli di Bud Spencer e Terence Hill. Sono praticamente infiniti: dimentichiamoci gli Iveco o i Renault della situazione. Questi hanno un muso allungato pari ad una familiare ed un vano per i nerboruti ed affamati camionisti made in USA (ne ho visto uno ieri al magazzino dell’azienda, confermo!) grande quanto un monolocale da studente, che ospita appunto un cucinotto e zona riposo, oltre che il posto di guida. Prima o poi spero di salirci sopra!

Il medesimo principio quantitativo/dimensionale si applica anche alla spesa nei centri commerciali ed ai supermarket. E questo è un ampio capitolo, di cui ho cominciato a leggere solo le prime pagine. Ieri, dovendo sbrigare varie commissioni, mi sono reso conto per prima cosa della concorrenza e della possibilità di scelta, vivendo un tipico pomeriggio da consumatore americano. Spostandomi rigorosamente in auto, camminare è fuori discussione in queste zone, ho girato vari centri commerciali da ShopRite a Bestbuy, da Wall-Mart a quello dove trovare T-mobile. In ognuno ho potuto vivere un’esperienza interessante e curiosa allo stesso tempo, confermando anche quanto mi hanno spiegato che per diversi livelli qualitativi corrisponde anche un certo tipo di clientela.
In primis c’è Wall-Mart, colosso aziendale da più di due milioni di dipendenti (avete capito bene!) e con un fatturato maggiore delle compagnie petrolifere come Exxon o Shell. E’ stato un caso aziendale molto interessante studiato nei due anni di specialistica: ma vederlo con i propri occhi fa più effetto. Per prima cosa pensate che ho trovato due sottopagati impiegati che erano all’ingresso con il loro gilet blu solo per salutare il cliente all’entrata. Famose furono le proteste dei dipendenti per la paga molto bassa, nonchè quelle dei clienti per la qualità dei prodotti. Magari molti di coloro che comprano in questo gigantesco store diffuso ovunque, la famosa “people of Wall-Mart” (c’è un sito dedicato con una raccolta di foto che rappresenta un affresco dei più incredibili sul genere umano), non si porranno neanche il pensiero, ma sinceramente ad uno sguardo attento mi facevano molta compassione questi impiegati. Ci sono lavori peggiori, non c’è dubbio, così come bisogna sempre rispettare la fatica di chi suda per portare il pane a casa, ma sicuramente hanno trovato in me tutta la comprensione sull’aridità di questa mansione. Dentro i prodotti sono marchiati tutti sotto la scritta “everyday the lowest price” e di sicuro è così, offrendo un tv 70 pollici, per fare un esempio, a soli 1200 dollari…quasi quasi ci faccio un pensierino per arredare la camera e farmi venire gli attacchi epilettici.
Da Best-Buy, invece, dove si trova tutta roba elettronica, ho apprezzato invece ciò che in Italia ovviamente ci sogniamo. Lasciando perdere la fasulla domanda “Hi, how are you?” tanto non ti frega nulla se sto bene o male, c’è obiettivamente da dire che qui i venditori sono tanti quanto i clienti e la disponibilità è la massima. Se in Italia per chiedere un’informazione ad un addetto dobbiamo mandare un corriere con lettera in carta da bollo, qui i dipendenti sono i primi a farsi avanti. Tradito dal trasformatore per il pc che non converte il terzo polo della terra nella presa americana, mi sono affidato alla gentilezza di un dipendente che, non avendo adattatori per il mio caso, ha trovato in magazzino un cavo giusto per il mio pc regalandomelo…quando si dice disponibilità al cliente!
ShopRite invece sarà probabilmente il mio punto di riferimento per la parte alimentare. Ben fornito, con mia sorpresa, di frutta e verdura, alterna alle incommestibili atrocità culinarie dei cibi pronti da yankees, prodotti di buona qualità ed offrendo una scelta di base di cibi italiani che mi ha permesso di arraffare pasta de cecco, sughi barilla, pelati, caffè e olio extravergine (nulla di che) da bravo italianuzzo emigrante, catturando la mia attenzione anche con un pacco di “galletti” mulino bianco (i miei prediletti) da 100 gr. al modico prezzo di 5$ da considerare come extrema ratio solo in momenti di grave depressione da cucina casereccia nostrana. Ho comunque bilanciato con un enorme pacco di kellog’s grande almeno il doppio di quello che abbiamo alla “Coppe” ed un cartone di latte, il più piccolo, cioè da mezzo gallone!
Così ha inizio questa prima parte di avventura che oggi, seduto sulla poltrona del salotto, mi ha già donato uno strano déjà-vu…possibile aver già visto e vissuto questi posti in passato? Alla prossima storia!

A settembre il nuovo ciclo

Di lunedì, dopo le due settimane a cavallo di ferragosto, non poteva che essere così. Eccola, l’aria umida che mia nonna chiamava sempre “settembrina”, quella della fine delle vacanze, degli ombrelloni del Bagno Italia che si spopolavano sempre di più, della pineta di nuovo umida di rugiada dopo aver accolto per un’estate i pomeriggi roventi a schiacciare pinoli in attesa delle fatidiche due ore per andare in acqua. Era quasi un rituale: i libri che si riaprivano per i compiti alle porte, gli amici che via via lasciavano la villeggiatura con i genitori al rientro a lavoro ed io che approfittavo degli ultimi giorni con i nonni, proprio come un carnevale che verso la fine della festa raccoglie gli ultimi coriandoli, in attesa di chiudere tutto e lasciare le strade vuote come le viuzze di Tonfano. Andando verso settembre mi pare sempre ricominci un nuovo ciclo, non a gennaio, perché fa parte di un passato e cultura che ci portiamo dentro, quella dell’infanzia, che anche se passano gli anni non possiamo mai dimenticare.