Archivio mensile:ottobre 2014

«Gli uomini passano, la terra resta»… sa Sardigna

C’è una Sardegna sconosciuta ai più, in primis i cosiddetti “continentali” tra cui ovviamente mi colloco, a dispetto dei colori bruni e della carnagione olivastra. Ma da alcuni anni posso dirmi sardo d’adozione, poiché sa Sardigna, usando il dialetto, è diventata per me come una seconda casa.

Il legame a questa terra, ma soprattutto alle persone, è intenso e profondo, avendo di fatto un’altra famiglia laggiù. Questo tuttavia mi ha permesso di avere un punto di vista privilegiato, riuscendo a penetrare uno tanto spirito fiero e indomito nella scorza, quanto generoso e puro nella sostanza dopo averne abbattuto le ispide barriere iniziali. Uno spirito ferito, sfregiato, ma non per questo arreso; quello che i continentali nella maggior parte delle volte non vedono ed a cui le istituzioni non danno voce né tantomeno risposta.

C’è una Sardegna, infatti, lontana dalle più stereotipate immagini che abbiamo in mente. Il mare dalle mille sfumature, dall’indaco al turchese, dal celeste al blu oltremare che neanche con le matite della Giotto si potrebbe riprodurre. Le spiagge incontaminate di sabbia finissima e le calette nascoste come gemme rare tra gli scogli a strapiombo immersi nella macchia mediterranea. Il profumo di mirto selvatico ed i colori amazzonici della sua vegetazione rigogliosa da godersi al tramonto infinito voltante alla Spagna, sorseggiando un bicchiere di Ichnusa ghiacciata. La pregiatissima bottarga ed il cannonau ormai famoso nel mondo, il pecorino che conoscono tutti e il casu marzu proibito ai più. I mega yacht della Costa Smeralda e gli ombrelloni dei vacanzieri agostani, la modaiola vita notturna ed i falò in spiaggia.

Ma c’è molto altro: ciò che non si conosce, non si vede o, ancor peggio, si fa finta di non vedere.

Nessuno pensa mai alle origini della Sardegna. E non mi limito a quelle storiche, ma andando ancora più lontano nel tempo a quelle geologiche. Questa terra a forma di sandalo è una delle più antiche,  emersa molto prima dell’italico stivale. Usando un’immagine podistica, nel tempo le istituzioni ad ogni livello si sono sfilate il calzare più vecchio, trascurandolo, per indossare il nuovo; come non riconoscendo il rispetto dovuto alla terra, madre per eccellenza, che in questo caso per età lo è davvero.

I suoi figli, infatti, purtroppo sono sempre di più obbligati a fuggire. Sento di poter usare questo termine, tanto negativo quando dolorosamente realistico. Si tratta di un’emigrazione continua, come un’emorragia senza interruzione, portando ad un sempre maggiore invecchiamento della popolazione. Chi può, in particolare dai licei della Cagliari bene, va all’università in qualche città italiana – Milano in primis – o straniera, mentre chi resta è costretto a confrontarsi con un mondo del lavoro ancora più implacabile e desertificato di quello già arido del resto del Paese.

Chiuse quasi tutte le miniere che ai tempi del regime fecero di Carbonia una città esemplare per l’epoca, negli ultimi anni anche agricoltura e industria sono in ginocchio, con danni sociali ed ambientali immensi. I pastori sono pressoché schiavizzati dal potere asimmetrico della grande distribuzione e non vengono ormai nemmeno pagati per riuscire a coprire i costi. Le multinazionali dell’industria hanno succhiato come il sangue le risorse naturali dalla terra, abbandonandola esanime da nuova vita in terreni velenosi per le lavorazioni chimiche, senza rispettare i contratti di bonifica così come i lavoratori.

Il potenziale maggiore, quello turistico, è sprecato e lasciato molte volte ad imprenditori esterni. Troppo spesso i giovani sardi si devono accontentare dei lavori stagionali più umili, mettendosi al servizio di prepotenti industriali o dello sfarzoso sultanato di sceicchi arabi che, dopo l’assoluto protagonismo del Don Giovanni d’esportazione keniota con il suo locale da “billionari” che si vogliono far gossippare sui rotocalchi, hanno invaso con le loro navi da crociera private i lidi più trendy del Mediterraneo.

Tutto questo è inaccettabile, ed il più grande spreco che vi possa essere.

Il mio è un appello: tanto di poco valore non contando niente, quanto sentito fino in fondo per la grande empatia che si è creata con questa terra d’adozione. Mi rivolgo al vostro orgoglio fratelli sardi, ma non a quello che porta ad essere chiusi al cambiamento, ma al desiderio di potersi riappropriare della vostra magnifica terra ed alla vostra forza. Ricordando ancora una volta la storia, pensiamo alla tenacia del popolo barbaricino, impenetrabile pure all’impero più militarmente insuperabile esistito nella storia europea, quello romano. A figure di riferimento per le istituzioni e la politica del Paese come Cossiga e Berlinguer. Alla sofferenza ma allo stesso tempo resistenza al dolore di coloro, comprese donne e bambini, che lavoravano nelle miniere come quelle di Masua portando enormi carichi sulle spalle grondanti di acidi delle lavorazioni che corrodevano la pelle, ma che riuscivano a sostentare le loro famiglie.

Proprio davanti a questa miniera, così carica di ricordi dall’amaro sapore delle novelle di Verga, si erge nelle acque cristalline la maestosa bellezza del pan di zucchero, scoglioso massiccio dal nome soffice. Il rappresentarsi nella mente le due immagini è destabilizzante. La stessa sensazione che si prova nel vedere un potenziale infinito minimamente ed infelicemente espresso.

La ricchezza di offerta turistica a disposizione ha un margine di crescita di cui non si riesce neppure ad intravedere il limite; tuttavia il confine si vuole porlo a priori senza rendersi conto di quanti posti di lavoro nascerebbero. Si continua a far concentrare gli arrivi in massa nel mese di agosto, quando i parcheggi giornalieri per accedere alle spiagge costano quanto in centro a Firenze e comprare un gelato o un panino fa concorrenza ai bar di Venezia. Ma il problema maggiore resta quello dei vincoli per raggiungere l’isola poiché una famiglia può spendere solo di traghetto quanto una settimana a Sharm tutto compreso: e la macchina è assolutamente essenziale. Rovesciando la medaglia, cosa su cui pochi riflettono, questo diventa anche un vincolo alla libertà di spostamento di chi ci vive.

Fa male vedere che le cose rimangono inalterate. Quando vedo che alcune strade vengono nascoste per non far scoprire ai più dei tesori naturali e preservarli dal turismo massificante lo capisco, ma è possibile far conoscere davvero moltissime bellezze condividendole col mondo senza per questo deteriorarle. Sarebbe straordinario riuscire a diffondere il turismo su buona parte dell’anno, perché dall’inizio della primavera ai primi di novembre quando stare in spiaggia è ancora gradevole è possibile godere di un vero e proprio eden terrestre. Una zona più di tutte è quella che amo, dal fascino tanto unico quanto contraddittorio, purtroppo troppo poco famosa per la sua bellezza e tristemente in testa alla classifica delle province più povere d’Italia: il Sulcis. Pensando ad una mia amica che ha rinunciato alla vita milanese per vivere qui, nella piena simbiosi con la natura lontano dalle comodità cittadine ma ritrovando la pienezza delle nostre origini terrestri, mi viene da riflettere su quanto potrebbe attrarre molte persone in cerca di una scelta diversa che non ne conoscono l’esistenza.

Allora penso alla possibilità di traghetti a prezzo di costo affittati direttamente dalla regione, ad offerte tutto l’anno di fly and drive dalle principali città per permettere week end lunghi, ad un’organizzazione e coordinamento tra istituzioni ed associazioni di categoria, ad un sostegno sempre maggiore al turismo eno-gastronomico e naturalistico. Quanti posti di lavoro potrebbero rifiorire!

Forse queste sono considerazioni di un visionario, probabilmente inapplicabili, che però nascono dall’affetto di chi sicuramente non potrà capire mai fino in fondo quest’isola perché non ci è nato, ma che per questo non riesce ad accettare che gli eventi non prendano una diversa direzione. O forse il suo fascino è dato anche proprio da questo. Ricorderò sempre le rassegnate parole di un pastore, incontrato dopo aver attraversato l’impenetrabile Barbagia, quando mi fermai ad osservare il tramonto scendendo dalle montagne che davano sul golfo di Orosei: “gli uomini passano, la terra resta”. Paragonata alla solidità della madre silvestre l’esistenza umana non può che essere effimera, ma il valore e la qualità di ogni vita supera qualsiasi dimensione temporale ed una vita avvelenata dalla rassegnazione è come una terra che va inaridendosi: ed a quella terra, accostata da De André a quello che dovrebbe essere il Paradiso, non è giusto che molti dei suoi figli siano obbligati a rinunciare.

(Dedicato a Viola, la mia figlioccia sarda)

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Le montagne tra gli uomini

Le montagne naturali sono maestose, imponenti e quando si scalano troviamo soddisfazione ad ogni passo perché è una prova dell’uomo con la natura, che comunque sarà sempre più forte di lui.

Le montagne artificiali, invece, sono quelle costruite dagli uomini per ostacolarne altri: ad ogni passo ti rendi soltanto conto di quanto siano ingiuste e crudeli nel creare un’ostruzione alla felicità umana, perché quella tra uomini non dovrebbe essere una lotta impari.

Alpi

Fermi al 1492 senza la ricerca di nuove rotte

12 ottobre 1492: una di quelle date incise nella storia e che ne collocano l’inizio proprio di quella cosiddetta dagli storici moderna. Le tre caravelle di Colombo si avvicinano alle coste del nuovo mondo, anche se la convinzione del navigatore genovese rimarrà quella di aver scoperto un nuovo passaggio verso le Indie. Da quel momento l’Atlantico comincerà ad essere solcato dai grandi velieri sempre più spesso ed ancora una volta un italiano, il fiorentino Amerigo Vespucci di cui molti studenti americani notoriamente ignoranti non ne conoscono neppure il nome, capirà di essere approdato in un continente completamente nuovo e gli darà il proprio nome.

La Spagna finanziatrice delle prime esplorazioni, con un impero ricco ed in procinto di dominare il mondo senza che mai su di esso calasse il sole, un navigatore genovese ed uno fiorentino. Proprio loro, maggiore espressione della conoscenza e cultura che in quel periodo dominava la storia, vedendo nella città della Signoria la culla del rinascimento e l’apice del potere della famiglia Medici mentre in quella Repubblica Marinara la dominatrice di tutto il mar Tirreno e prospera attraverso i suoi commerci nelle terre più lontane.

I due grandi navigatori e tutte le spedizioni che si susseguirono sempre più frequentemente ebbero il contatto con una cultura che anche per quel tempo poteva essere definita “primitiva”, o quantomeno nell’ottica più concreta ancora legata ai misteri della natura. La stessa che in pochi secoli venne decimata dai nuovi coloni che si riversavano in massa sulla famosa east coast e che, incuranti dei pericoli e delle difficoltà, puntavano con determinazione verso il golden state. Nell’ultimo secolo, dopo il diffondersi di una brutale cultura ottocentesca tema dei molteplici film western, i nuovi Stati Uniti d’America hanno corso a ritmi frenetici lasciandoci indietro. E questo fa riflettere, ripensando proprio allo stesso giorno di più di cinquecento anni fa.

Le frane e gli alluvioni di Genova sono l’immagine più forte di una frana etica e sociale italiana, in un Paese che si sta sgretolando su se stesso ed è ormai tanto instabile quanto il suo substrato idro-geologico. Mentre il resto del mondo continua a progredire e rinnovarsi, siamo rimasti prigionieri di un sistema da noi stessi creato, fatto di quella burocrazia che uccide quotidianamente posti di lavoro, figlia di interessi personali e giochi di potere che continuano a corrodere le speranze di rinnovamento e cambiamento. Si continua a costruire dove non si può, distorcendo appalti ed autorizzazioni con la corruzione, senza curarsi del territorio, di ciò che già c’è, senza mantenerlo né tantomeno migliorarlo in una collettiva e generale noncuranza e incivile oltraggio di ciò che è pubblico della comunità. Molto spesso prevale il vivere di ricordi, pensando alla storia ed allo splendore dei tempi che furono, come nella mia città, quella dove Brunelleschi, Botticelli, Arnolfo di Cambio, Paolo Uccello, solo per citare alcuni nomi, espressero al tempo dei mecenati tutta la grandezza della loro arte.

Proprio a Firenze si vive di questo, ma senza né gratitudine né desiderio di guardare avanti. In una città dove mai niente è stato fatto per farvi vivere e soprattutto spostare le persone che non fossero turisti si vorrebbe creare un museo a cielo aperto, purtroppo però mal tenuto e dove le regole non vengono fatte rispettare. La città non è più quella di Lorenzo il Magnifico, questa è ovvio, ma nemmeno si avvicina alla fiorentinità descritta minuziosamente da Vasco Pratolini o cantata in “Firenze Bottegaia” da Marasco. E’ ormai quella presa quotidianamente d’assalto da un turismo sempre più selvaggio ed irrispettoso, sporca e disordinata dai parcheggi senza regola, continuamente trivellata da nuovi lavori fatti male e dove ormai sembra di essere più al mercato di Marrakech invece che nel centro della cultura italiana. Le immagini di studenti erasmus, americani ed italiani che la trattano come una Woodstock con qualche monumento che richiama all’idea di un grande vespasiano fa male, e le ferite continuano ad accumularsi, nella antica culla del rinascimento così come in tante altre città italiane, Venezia in primis. Sono le immagini della totale amoralità e noncuranza di ciò che di magnifico è stato creato ma che non si riesce a mantenere e curare, tanto quanto siamo rimasti affossati nelle sabbie mobili del passato senza aver il coraggio di rinnovare in un’ottica futura ciò che abbiamo, restando al passo.

E nel parlare di questo faccio un esempio concreto: il museo degli Uffizi, uno dei più famosi al mondo. Nonostante al suo interno siano contenuti alcuni dei quadri più preziosi e più belli in assoluto è passato in pochi anni dal diciannovesimo al ventiduesimo posto per numero di visitatori, lasciando il primato incontrastato al Louvre. L’ingresso conferma di essere totalmente inadeguato, i controlli di sicurezza non vengono fatti poiché file immense di persone passano sotto il metal detector continuando a suonare (vi immaginate negli USA?) e lo spazio delle sale è totalmente insufficiente. I magazzini degli Uffizi contengono infatti decine di migliaia di opere che non possono essere esposte per mancanza di sale espositive e che per tale motivo vengono infatti saltuariamente prestate a musei di altre città. Vista la bellezza del palazzo, finemente e minuziosamente decorato in ogni dettaglio che distoglie quasi l’attenzione dalle opere esposte, sarebbe folle per esempio pensare di creare un nuovo polo espositivo moderno? Un palazzo tutto nuovo, rivalorizzando una parte della città, ben collegato e che sia il frutto di un vero concorso tra i migliori architetti del mondo, cosicché possa ospitare tutte le opere a disposizione. Il progetto grandi Uffizi va avanti da più di vent’anni ma la gru è tutt’ora un ospite stridente nello scenario di piazza Signoria in prospettiva dal museo. Dare la possibilità di dimostrare di guardare avanti e soprattutto di far godere a tutto il mondo delle opere nascoste che nessuno può vedere si tratta di una idea folle? Oppure forse ci si vuole chiudere dinanzi alla miopia che le cose funzionino quando invece non è vero?

Guardandosi attorno tutto corre, mentre noi restiamo fermi, inermi nel prendere atto che le contraddizioni che ci contraddistinguono non cambiano, le ingiustizie rimangono immutate ed i valori civili e morali si affievoliscono sempre di più. Dove sono i Cristoforo Colombo e gli Amerigo Vespucci scopritori di nuove rotte? Dove sono gli sperimentatori e innovatori che lavoravano nella culla del rinascimento? Non possiamo solo guardare indietro, altrimenti davanti alla cupola del Brunelleschi si continuerà solo a provare nostalgia del tempo che fu, senza intravedere, dietro a questa, una nuova rotta fatta di speranza.

da «italiano di domani» vi dico destiamoci!

Tutto comincia con un’idea, che si tramuta in proposta, per poi, passando per la testa e per il cuore, farsi concreta nell’azione. Se l’ultima fase è imprescindibilmente di nostra esclusiva competenza, sono convinto che per le altre si trovi sempre un’ispirazione nelle persone: in ciò che dicono, scrivono o fanno.

L’idea di scrivere è nata dal mio amico Alessandro, che prese proprio l’iniziativa di creare il blog e dargli il nome, che ho deciso di tenere. Questo sinceramente è stato tre anni fa. Quel progetto, per senso di inadeguatezza e mascherando l’indecisione con la scusa del tempo mancante, venne accantonato.

Ma è proprio dagli altri che nasce lo spunto e così è stato in questo periodo. Non trovando tanto un modello, poiché sono convinto che ognuno, avendo il proprio bagaglio e strada davanti a sé in un momento storico e della vita personale diverso non possa compiere gli stessi passi, ma quanto un motivo per essere spronato a provarci.

Questo lo devo al giornalista e scrittore Beppe Severgnini, che voglio ringraziare.

Senza troppe contorsioni linguistiche, è questo il messaggio che mi sono sentito di inviare dopo la lettura di “Italiani di domani”, uno dei regali più azzeccati che mia nonna, lucida e moderna ottuagenaria, mi abbia fatto.

Pur non trovandosi davanti a me, la prima sensazione leggendo è stata opposta a quella che ricevo dalla maggior parte degli scrittori. Nelle varie otto chiavi per il futuro ho rivissuto alcuni episodi, positivi e negativi, che mi sono accaduti e per questo è come se fossi stato ascoltato.

Ho sentito la vicinanza, non a caso uso questo termine, di una persona che con grande capacità di ascolto, merce rara di questi tempi, raccogliesse le grida di rabbia di me come di molti altri ragazzi “Ottantini” che, come scrive, ci siamo ritrovati in corridoio. Siamo proprio noi.

Ma la comprensione non è sufficiente: anzi, se in dose eccessiva, può diventare controproducente. Un buon genitore e rappresentante del mondo degli adulti sa (o dovrebbe) che noi ragazzi non dobbiamo essere solo spronati ma soprattutto incoraggiati per ridarci la speranza, termine magari eccessivo, di riappropriarci di quel futuro che ci spetta di diritto, ma che solo tirando fuori il carattere e dimostrando di saperlo fare in modo corretto e onesto, non come i cattivi esempi del passato, potremmo riavere.

E’ proprio su questo che si gioca la partita: per far goal serve capire cosa sia successo e riscrivere le pagine senza gli stessi errori. Però bisogna avere l’opportunità di scendere in campo e non restare in panchina.

Cercare lavoro in questa fase così delicata a livello generale e soprattutto in Italia, infatti, ormai da alcuni anni rappresenta un salto da un’alta scogliera a picco sul mare, dove l’acqua è bassa e gli squali sono numerosi. L’invio del cv si sussegue di decine in decine, verso le aziende più disparate e le mansioni talvolta meno attrattive. Ciò che crea prima stupore e poi con l’andar del tempo sdegno è il non ricevere nemmeno una riga di risposta, neppure automatica, che faccia sentire quantomeno considerato senza far sorgere il dubbio che il  profilo sia stato direttamente cestinato. L’immagine stride e l’autostima si affievolisce, fino a perdere la fiducia nella possibilità di trovare la via per autorealizzarsi ed imparare, perché non degnare nemmeno di un accenno vuol dire che sarebbe tanto meglio togliere sulla pagina internet la voce “lavora con noi”.

Chi riesce a superare il tuffo senza rimanere incagliato nella scogliera iniziale della selezione deve poi affrontare il mare aperto delle relazioni interpersonali sul lavoro. La differenza generazionale e d’esperienza, che rappresenta una preziosa occasione per imparare, si tramuta talvolta nell’apatia di trasmettere la conoscenza, fin quasi a vedere nella nuova generazione un ostacolo, più che il futuro di continuità e sviluppo. Tra i nati fra gli anni cinquanta e sessanta sono tuttavia molti che, con grande onestà intellettuale, fanno autocritica verso la loro generazione, gli sbagli commessi e quell’egoismo di chi, solo con un diploma e sicuramente con la laurea, riusciva a trovare lavoro e ci rende così difficile trovare uno sbocco adesso. Chi riesce a comprenderlo di sicuro sarà molto più propenso ad interfacciarsi in maniera costruttiva: carpiamone gli insegnamenti, comprendiamo la strada che hanno fatto e motiviamoci per la nostra.

Preso atto di questo, infatti, pensiamo ad agire. Prima di tutto dimostrando l’impegno e la voglia di fare oltre che la serietà, a partire già dalla scelta del percorso di studi universitario o di apprendistato di lavoro. Scegliere ed iniziare un’università senza discernimento non è proprio una buona idea, ma soprattutto direi corretta. Questo significa non essere onesti con i propri genitori, che nella maggior parte dei casi sono i finanziatori diretti, ma in particolare verso se stessi, il che è peggio. Meglio sicuramente prendersi un attimo di riflessione e fare altro anziché iniziare in maniera casuale; ma comunque darsi da fare in qualunque modo, purché fatto bene. Che sia con un’esperienza di volontariato, lo studio di uno strumento o una lingua (obbligatorio ormai!) in modo approfondito, un periodo di vita all’estero, un lavoro part-time: l’importante è non restare fermi. Qualsiasi forma di esperienza è preziosissima e troverà una sua utilità e funzione futura nel corso della vita, lavorativa e personale. Sono queste le carte che permettono di mettersi in gioco il più possibile in una partita che, sarebbe ridondante ribadirlo visto il quotidiano bombardamento mediatico, è tanto competitiva quanto con limitati premi in palio. Nonostante questo dobbiamo cercare di guardare verso il cielo, verso l’alto a quelle che sono le nostre aspirazioni ed interessi prevalenti, cercando di incamminarci per la strada e specializzarsi al meglio in quella direzione. Sembra un concetto quasi eretico visti i tempi di offerta molto scarsa, ma ce lo dobbiamo. E’ un diritto provarci, anche perché proprio nella grande competizione avere approfondito e investito in un canale preciso può fare la differenza. E proprio quelle esperienze fatte, nell’essere attivi e guardarsi intorno in modo curioso alla ricerca di stimoli e cose nuove da imparare, sono il motore che spinge in questa direzione. Guardando in alto siamo sempre in grado di abbassare gli occhi, se già in basso non è accettabile andare sottoterra.

E se in questo momento l’Italia non ci desse l’occasione di farlo, allora significa che perderà a ragion veduta e per colpa propria un altro dei suoi figli meritevoli. Non sarebbe il primo né sarà l’ultimo, specialmente in un’era di ottica globale. Una nuova scommessa, un nuovo stimolo, anche se con la speranza un giorno di farvi ritorno apportando il proprio bagaglio nel tentativo di dare, anche con la propria piccola parte, un contributo positivo. Niente è facile, nel modo più assoluto, e non ci sono terre promesse. Se le critiche verso il “Bel (ancora?) Paese” sono aspre e su molteplici fronti, gli alberi colmi di zecchini d’oro – o di lavori – tuttavia non crescono in nessun posto come ci insegna il genio di Collodi. Quantomeno non sono zecchini, tutt’al più lilleri senza valore – scusate per il riferimento fiorentino – ma era in tema. Trovarsi in un Paese senza conoscere nessuno, con diverse abitudini, cultura, tradizioni e caratterizzato da un cinico interesse per il profitto non è facile per nessuno, ma rappresenta sicuramente un modo per forgiarsi il carattere. Se però quel Paese o anche città italiana lontana dalla propria rappresenta l’opportunità per potersi realizzare e guardare in alto allora dico “destiamoci!”.

Walt Disney diceva “se puoi sognarlo, puoi farlo”; pensando al nostro piccolo, visto che di geni ed uomini che cambiano la storia ce ne sono stati pochi, dobbiamo crederci e cercare di trovare maggiore forza ed energia, che talvolta in noi stessi perdiamo, nell’impegnarsi a fare il meglio che possiamo. Come dice giustamente il mio amico Paolo originario del Sulcis, la provincia più povera d’Italia, «io che ho una famiglia benestante e che mi ha fatto studiare a Firenze in questi anni, devo cercare di aspirare al massimo che posso e fare del mio meglio anche per quei ragazzi che non hanno studiato» e laggiù ce ne sono molti, l’ho visto con i miei occhi nella Sardegna che i turisti non conoscono: mai verità fu più grande e parole più sagge.

Perciò cerchiamo di puntare al meglio, a ciò che ci ispira di più, trovando la strada che ci metta in condizione di fare questo. Proviamo a sognare e cercare di realizzarci, nonostante la paura della novità e dell’uscire dai confini della certezza siano quelle che rischiano di più di paralizzarci. Questa sarebbe veramente la maggiore soddisfazione anche per qualsiasi genitore: non quella di vedere i figli in una “posizione che conta” (da quale punto di vista, poi?) ma felice nel fare il lavoro che li gratifica e soddisfa, molto spesso perché non hanno avuto questa possibilità. Come disse proprio il nostro Beppe delle righe introduttive in una trasmissione televisiva i nostri genitori sono come dei comò: quelli su cui battere i pugni per un’arrabbiatura, quelli che si possono spostare per non vederli e nei cui cassetti ci riponiamo chiusi a chiave i sogni per paura di viverli, ma che comunque ci sono sempre e che ci ricordano che noi giovani dobbiamo avere il coraggio di aprirli e viverli.

Cerchiamo di trovare questa audacia in noi stessi per ottenere quell’appagamento personale ed affermazione, ognuno nel campo in cui può esprimersi meglio, per cambiare il nostro Paese e soprattutto la sua cultura, in positivo. Il futuro ci spetta.

La coccinella sulla ruggine

Il connubio è dissonante, quasi stridente: la natura, in una delle sue forme più semplici quanto aggraziate, e la creazione artificiale, ormai corrosa nella sua esteriorità ed utilità.

Il ferro, elemento fondante della struttura delle nostre case e di una delle età dell’umanità più prospere, rappresenta il simbolo della certezza umana, nella sua solidità e durezza. La ruggine è la stessa, tuttavia, depositata sui valori e sulle certezze con cui abbiamo costruito nel tempo la nostra società e che vediamo sempre più corrodersi fino a far crollare ciò su cui abbiamo edificato la nostra vita materialmente e personalmente.

Questa decadenza ed erosione esteriore e morale non può però sgretolarci.

La coccinella secondo le credenze dei Nativi Americani allontana i pensieri oscuri tramutandoli in positività, proteggendoci nei momenti di trasformazione ed evoluzione. E’ la stessa necessaria per reagire a questa erosione attorno, guardando la realtà con occhi più profondi e consapevoli che sia possibile scoprire la bellezza in qualunque cosa.

Per quanto difficile sia il momento, notevoli le avversità e sgradevole il contorno, infatti, dobbiamo convincerci che ogni giorno è possibile trovare, anche solo per un secondo, qualcosa di bello nella natura, nelle persone o in ciò che stiamo facendo per cui essere grati, da conservare intimamente in modo prezioso e che appaghi a tal punto di guardare avanti, oltre ogni momento di difficoltà nella consapevolezza del cammino intrapreso.