«Gli uomini passano, la terra resta»… sa Sardigna

C’è una Sardegna sconosciuta ai più, in primis i cosiddetti “continentali” tra cui ovviamente mi colloco, a dispetto dei colori bruni e della carnagione olivastra. Ma da alcuni anni posso dirmi sardo d’adozione, poiché sa Sardigna, usando il dialetto, è diventata per me come una seconda casa.

Il legame a questa terra, ma soprattutto alle persone, è intenso e profondo, avendo di fatto un’altra famiglia laggiù. Questo tuttavia mi ha permesso di avere un punto di vista privilegiato, riuscendo a penetrare uno tanto spirito fiero e indomito nella scorza, quanto generoso e puro nella sostanza dopo averne abbattuto le ispide barriere iniziali. Uno spirito ferito, sfregiato, ma non per questo arreso; quello che i continentali nella maggior parte delle volte non vedono ed a cui le istituzioni non danno voce né tantomeno risposta.

C’è una Sardegna, infatti, lontana dalle più stereotipate immagini che abbiamo in mente. Il mare dalle mille sfumature, dall’indaco al turchese, dal celeste al blu oltremare che neanche con le matite della Giotto si potrebbe riprodurre. Le spiagge incontaminate di sabbia finissima e le calette nascoste come gemme rare tra gli scogli a strapiombo immersi nella macchia mediterranea. Il profumo di mirto selvatico ed i colori amazzonici della sua vegetazione rigogliosa da godersi al tramonto infinito voltante alla Spagna, sorseggiando un bicchiere di Ichnusa ghiacciata. La pregiatissima bottarga ed il cannonau ormai famoso nel mondo, il pecorino che conoscono tutti e il casu marzu proibito ai più. I mega yacht della Costa Smeralda e gli ombrelloni dei vacanzieri agostani, la modaiola vita notturna ed i falò in spiaggia.

Ma c’è molto altro: ciò che non si conosce, non si vede o, ancor peggio, si fa finta di non vedere.

Nessuno pensa mai alle origini della Sardegna. E non mi limito a quelle storiche, ma andando ancora più lontano nel tempo a quelle geologiche. Questa terra a forma di sandalo è una delle più antiche,  emersa molto prima dell’italico stivale. Usando un’immagine podistica, nel tempo le istituzioni ad ogni livello si sono sfilate il calzare più vecchio, trascurandolo, per indossare il nuovo; come non riconoscendo il rispetto dovuto alla terra, madre per eccellenza, che in questo caso per età lo è davvero.

I suoi figli, infatti, purtroppo sono sempre di più obbligati a fuggire. Sento di poter usare questo termine, tanto negativo quando dolorosamente realistico. Si tratta di un’emigrazione continua, come un’emorragia senza interruzione, portando ad un sempre maggiore invecchiamento della popolazione. Chi può, in particolare dai licei della Cagliari bene, va all’università in qualche città italiana – Milano in primis – o straniera, mentre chi resta è costretto a confrontarsi con un mondo del lavoro ancora più implacabile e desertificato di quello già arido del resto del Paese.

Chiuse quasi tutte le miniere che ai tempi del regime fecero di Carbonia una città esemplare per l’epoca, negli ultimi anni anche agricoltura e industria sono in ginocchio, con danni sociali ed ambientali immensi. I pastori sono pressoché schiavizzati dal potere asimmetrico della grande distribuzione e non vengono ormai nemmeno pagati per riuscire a coprire i costi. Le multinazionali dell’industria hanno succhiato come il sangue le risorse naturali dalla terra, abbandonandola esanime da nuova vita in terreni velenosi per le lavorazioni chimiche, senza rispettare i contratti di bonifica così come i lavoratori.

Il potenziale maggiore, quello turistico, è sprecato e lasciato molte volte ad imprenditori esterni. Troppo spesso i giovani sardi si devono accontentare dei lavori stagionali più umili, mettendosi al servizio di prepotenti industriali o dello sfarzoso sultanato di sceicchi arabi che, dopo l’assoluto protagonismo del Don Giovanni d’esportazione keniota con il suo locale da “billionari” che si vogliono far gossippare sui rotocalchi, hanno invaso con le loro navi da crociera private i lidi più trendy del Mediterraneo.

Tutto questo è inaccettabile, ed il più grande spreco che vi possa essere.

Il mio è un appello: tanto di poco valore non contando niente, quanto sentito fino in fondo per la grande empatia che si è creata con questa terra d’adozione. Mi rivolgo al vostro orgoglio fratelli sardi, ma non a quello che porta ad essere chiusi al cambiamento, ma al desiderio di potersi riappropriare della vostra magnifica terra ed alla vostra forza. Ricordando ancora una volta la storia, pensiamo alla tenacia del popolo barbaricino, impenetrabile pure all’impero più militarmente insuperabile esistito nella storia europea, quello romano. A figure di riferimento per le istituzioni e la politica del Paese come Cossiga e Berlinguer. Alla sofferenza ma allo stesso tempo resistenza al dolore di coloro, comprese donne e bambini, che lavoravano nelle miniere come quelle di Masua portando enormi carichi sulle spalle grondanti di acidi delle lavorazioni che corrodevano la pelle, ma che riuscivano a sostentare le loro famiglie.

Proprio davanti a questa miniera, così carica di ricordi dall’amaro sapore delle novelle di Verga, si erge nelle acque cristalline la maestosa bellezza del pan di zucchero, scoglioso massiccio dal nome soffice. Il rappresentarsi nella mente le due immagini è destabilizzante. La stessa sensazione che si prova nel vedere un potenziale infinito minimamente ed infelicemente espresso.

La ricchezza di offerta turistica a disposizione ha un margine di crescita di cui non si riesce neppure ad intravedere il limite; tuttavia il confine si vuole porlo a priori senza rendersi conto di quanti posti di lavoro nascerebbero. Si continua a far concentrare gli arrivi in massa nel mese di agosto, quando i parcheggi giornalieri per accedere alle spiagge costano quanto in centro a Firenze e comprare un gelato o un panino fa concorrenza ai bar di Venezia. Ma il problema maggiore resta quello dei vincoli per raggiungere l’isola poiché una famiglia può spendere solo di traghetto quanto una settimana a Sharm tutto compreso: e la macchina è assolutamente essenziale. Rovesciando la medaglia, cosa su cui pochi riflettono, questo diventa anche un vincolo alla libertà di spostamento di chi ci vive.

Fa male vedere che le cose rimangono inalterate. Quando vedo che alcune strade vengono nascoste per non far scoprire ai più dei tesori naturali e preservarli dal turismo massificante lo capisco, ma è possibile far conoscere davvero moltissime bellezze condividendole col mondo senza per questo deteriorarle. Sarebbe straordinario riuscire a diffondere il turismo su buona parte dell’anno, perché dall’inizio della primavera ai primi di novembre quando stare in spiaggia è ancora gradevole è possibile godere di un vero e proprio eden terrestre. Una zona più di tutte è quella che amo, dal fascino tanto unico quanto contraddittorio, purtroppo troppo poco famosa per la sua bellezza e tristemente in testa alla classifica delle province più povere d’Italia: il Sulcis. Pensando ad una mia amica che ha rinunciato alla vita milanese per vivere qui, nella piena simbiosi con la natura lontano dalle comodità cittadine ma ritrovando la pienezza delle nostre origini terrestri, mi viene da riflettere su quanto potrebbe attrarre molte persone in cerca di una scelta diversa che non ne conoscono l’esistenza.

Allora penso alla possibilità di traghetti a prezzo di costo affittati direttamente dalla regione, ad offerte tutto l’anno di fly and drive dalle principali città per permettere week end lunghi, ad un’organizzazione e coordinamento tra istituzioni ed associazioni di categoria, ad un sostegno sempre maggiore al turismo eno-gastronomico e naturalistico. Quanti posti di lavoro potrebbero rifiorire!

Forse queste sono considerazioni di un visionario, probabilmente inapplicabili, che però nascono dall’affetto di chi sicuramente non potrà capire mai fino in fondo quest’isola perché non ci è nato, ma che per questo non riesce ad accettare che gli eventi non prendano una diversa direzione. O forse il suo fascino è dato anche proprio da questo. Ricorderò sempre le rassegnate parole di un pastore, incontrato dopo aver attraversato l’impenetrabile Barbagia, quando mi fermai ad osservare il tramonto scendendo dalle montagne che davano sul golfo di Orosei: “gli uomini passano, la terra resta”. Paragonata alla solidità della madre silvestre l’esistenza umana non può che essere effimera, ma il valore e la qualità di ogni vita supera qualsiasi dimensione temporale ed una vita avvelenata dalla rassegnazione è come una terra che va inaridendosi: ed a quella terra, accostata da De André a quello che dovrebbe essere il Paradiso, non è giusto che molti dei suoi figli siano obbligati a rinunciare.

(Dedicato a Viola, la mia figlioccia sarda)

Annunci

Un pensiero su “«Gli uomini passano, la terra resta»… sa Sardigna

  1. Sono D ‘ accordo con te hai espresso perfettamente la realta’ della Sardegna ….io onestamente penso sempre che per poter portare innovazione nella mia amata terra dovremo assumerci il re dei rischi ….il distacco dalla madre patria! finche saremo legati ai vari vincoli imposti da Roma non riuscermo ad esprimerci al meglio. La Sardegna ha delle potenzialita pazzesche non solo dal punto di vista turistico. Io investirei tantissimo sull’ agricoltura e l allevamento valorizzando al massimo i nostri territori e userei cio’ per creare turismo enogastronomico in stile chianti ,napa valley o hunter valley qui vicino Sydney….e poi manderei alcuni dei nostri amministratori qui in australia a imparare come ci si vende nel mondo e come si valorizzano le proprie bellezze naturali e non! A noi sardi manca l umilta’ di dire ci sono persone piu’ brave piu ‘ capaci e piu’ preparate di noi in certe tematiche cruciali del tessuto produttivo di una regione sia esso primario secondario o terziario. Dobbiamo imparare dai migliori per essere competitivi! Non dobbiamo aspettare che ci comprino gli altri mentre ci piangiamo addosso per le nostre miserie. Questo e’ quanto. Ci sarebbero tantissime cose da dire e da fare ma prima di proprorre dobbiamo essere pronti come popolo, dobbiamo sentire il sangue ribollire nelle vene , dobbiamo riprenderci la nostra casa e farne un gioiello una perla rara e poi dobbiamo saperla far brillare in modo tale che il suo riflesso possa essere notato da tutti!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...