Archivio mensile:settembre 2015

I want to be a part of it, New York, New York

In attesa di un prossimo capitolo di avventure americane, stavolta un inframezzo più visivo, senza perdere quello spirito per quanto possibile di attenzione al particolare ad alle sfumature più contrastanti, come la foto alle ultime luci del tramonto tinto di un rosso tenue verso il rosa e quella nel turchese ed indaco risplendente della città a mezzogiorno. Dietro alla agognata libertà, andando ieri a NY per la prima volta nella mia vita, ho pensato a tutti coloro che riponevano nel nuovo mondo tutte le speranze di un futuro migliore fatto di opportunità, ma anche di enormi rinunce, restando come annullati davanti alla infinita imponenza dei grattacieli che quasi mette soggezione. Proprio gli stessi che hanno mantenuto nell’Empire State Building la loro punta di certezza durante la voragine fisica e umana creata dall’evento che ha cambiato la storia contemporanea, quello che nessuno potrà dimenticare, e verso cui è meglio sostituire alle parole l’immagine di una rosa bianca, ponte e metafora della vita, che fiorisce come il nuovo maestoso grattacielo sempre più proteso ai limiti umani, ricordandoci del vuoto incommensurabile quando sfiorisce, emblema della caducità della vita. Un pensiero sentito e raccolto a tutti i caduti di quel giorno, ai soccorritori ma anche a tutti coloro in molti altri paesi di cui non abbiamo mai ricordo.

12032956_1652326658378047_6095866421143500154_n

Annunci

Un tirocinante italiano in America – introduction

Prendendo spunto dal ben più noto brizzolato e autorevole giornalista nonchè scrittore Beppe Severgnini, di cui ho letto il libro “Un italiano in America”, mi è venuto in mente di dar vita nel mio piccolo ad una raccolta di impressioni personali su questa nuova vita a stelle e strisce.
Cercando di mantenere il saggio principio ed approccio consigliato da mia mamma, cercherò di ritrarre le impressioni su questo “nuovo mondo”, di nome e di fatto, mostrandone il dipinto a cui ognuno darà sua lettura, provando per una serena convivenza ad apprezzarne i lati positivi ed essere consapevole di quelli negativi, un po’ come con ogni persona, popolo e Paese.

Essendo arrivato di sera, accompagnato con l’auto dall’aeroporto, non posso che partire dai mezzi di trasporto (ne è passato di tempo e condizioni vita da quelle immagini agghiaccianti degli emigranti italiani stipati dalle navi sporche e logore nei centri d’identificazione ad Ellis Island). Oggi, nel 2015, quelle immagini le rivediamo riproposte su altri popoli, mentre le urla disumane della polizia americana di frontiera per farti muovere nella fila sono rimaste le stesse…assoggettanti, diciamo così, specie se hai tre valigie extra large e solo due mani.
Ma torniamo al campo motoristico. Qui cominciamo subito con la regola d’oro made in USA più famosa e diffusa in ogni campo, da me maccheronicamente riproposta in “everything large & big: size and quantity”…non trovateci facili significati maliziosi! Emoticon grin questa si applica molto bene alle auto, bus e camion, oltre che al campo dei supermarket. Di motori diesel, ormai scelta obbligata dei poveri automobilisti italiani vessati dalle accise governative che pagano ancora le nostre sfortunate avventure coloniali in Abissinia, non se ne parla nemmeno. Qui le macchine sono quasi tutte a benzina, cheaper rispetto al gasolio, che ai nostri occhi te la tirano dietro a circa 2,50 “bucks”, quelli verdi con le facce dei presidenti, al gallone (1 = 3,78 litri), fate presto il conto rispetto ai nostri prezzi! Tuttavia, agli occhi di un attento risparmiatore italiano, questi pick-up con sei ruote, quattro scarichi, motori da carro armato abrams fanno abbastanza impallidire. E qui più o meno è la norma, essendo i nostri suv da milanese imbruttito considerati al pari delle utilitarie, mentre se vuoi davvero “spaccare” non puoi fare a meno di un V8 cinquemila che si sente fino dall’inizio della strada, consumando come una portaerei.
Tuttavia nel mio primo tragitto, con stupore anche dell’autista che sette giorni su sette è al volante, sono riuscito a vedere un ormai rarissimo modello retrò, di quelle familiari da sit-com anni ’80 tutte di legno lunghissime tipo cassa da morto ed in cui può entrarvi una squadra di calcio al completo, senza riserve.
Un po’ analogo il concetto dei camion, così come quello dei bus per bambini: tutte immagini che ci portano alla nostra cultura televisiva così ben arricchita dalle berlusconiane televisioni. I bus gialli con il cartello di stop che esce fuori alla fermata mi hanno sempre colpito, non solo perchè giustamente sono rispettati da tutto il traffico che si ferma più che con le ambulanze, mentre da noi scooteristi incazzati fanno zig zag tra le cartelle dei bambini, ma anche per la loro forma. Se osservate con attenzione, infatti, vi accorgerete di un particolare nella parte posteriore: quanto cavolo sporge rispetto a dove sono posizionate le gomme di dietro? se si sbilanciasse metà classe non arriverebbe a scuola! confidiamo solo che alla guida non ci siano i tipi come l’autista Otto, di simpsoniana memoria.
Per i “bisonti della strada”, invece, io mi rifaccio sempre al mitico film di Stallone “Over the top” ed a quelli di Bud Spencer e Terence Hill. Sono praticamente infiniti: dimentichiamoci gli Iveco o i Renault della situazione. Questi hanno un muso allungato pari ad una familiare ed un vano per i nerboruti ed affamati camionisti made in USA (ne ho visto uno ieri al magazzino dell’azienda, confermo!) grande quanto un monolocale da studente, che ospita appunto un cucinotto e zona riposo, oltre che il posto di guida. Prima o poi spero di salirci sopra!

Il medesimo principio quantitativo/dimensionale si applica anche alla spesa nei centri commerciali ed ai supermarket. E questo è un ampio capitolo, di cui ho cominciato a leggere solo le prime pagine. Ieri, dovendo sbrigare varie commissioni, mi sono reso conto per prima cosa della concorrenza e della possibilità di scelta, vivendo un tipico pomeriggio da consumatore americano. Spostandomi rigorosamente in auto, camminare è fuori discussione in queste zone, ho girato vari centri commerciali da ShopRite a Bestbuy, da Wall-Mart a quello dove trovare T-mobile. In ognuno ho potuto vivere un’esperienza interessante e curiosa allo stesso tempo, confermando anche quanto mi hanno spiegato che per diversi livelli qualitativi corrisponde anche un certo tipo di clientela.
In primis c’è Wall-Mart, colosso aziendale da più di due milioni di dipendenti (avete capito bene!) e con un fatturato maggiore delle compagnie petrolifere come Exxon o Shell. E’ stato un caso aziendale molto interessante studiato nei due anni di specialistica: ma vederlo con i propri occhi fa più effetto. Per prima cosa pensate che ho trovato due sottopagati impiegati che erano all’ingresso con il loro gilet blu solo per salutare il cliente all’entrata. Famose furono le proteste dei dipendenti per la paga molto bassa, nonchè quelle dei clienti per la qualità dei prodotti. Magari molti di coloro che comprano in questo gigantesco store diffuso ovunque, la famosa “people of Wall-Mart” (c’è un sito dedicato con una raccolta di foto che rappresenta un affresco dei più incredibili sul genere umano), non si porranno neanche il pensiero, ma sinceramente ad uno sguardo attento mi facevano molta compassione questi impiegati. Ci sono lavori peggiori, non c’è dubbio, così come bisogna sempre rispettare la fatica di chi suda per portare il pane a casa, ma sicuramente hanno trovato in me tutta la comprensione sull’aridità di questa mansione. Dentro i prodotti sono marchiati tutti sotto la scritta “everyday the lowest price” e di sicuro è così, offrendo un tv 70 pollici, per fare un esempio, a soli 1200 dollari…quasi quasi ci faccio un pensierino per arredare la camera e farmi venire gli attacchi epilettici.
Da Best-Buy, invece, dove si trova tutta roba elettronica, ho apprezzato invece ciò che in Italia ovviamente ci sogniamo. Lasciando perdere la fasulla domanda “Hi, how are you?” tanto non ti frega nulla se sto bene o male, c’è obiettivamente da dire che qui i venditori sono tanti quanto i clienti e la disponibilità è la massima. Se in Italia per chiedere un’informazione ad un addetto dobbiamo mandare un corriere con lettera in carta da bollo, qui i dipendenti sono i primi a farsi avanti. Tradito dal trasformatore per il pc che non converte il terzo polo della terra nella presa americana, mi sono affidato alla gentilezza di un dipendente che, non avendo adattatori per il mio caso, ha trovato in magazzino un cavo giusto per il mio pc regalandomelo…quando si dice disponibilità al cliente!
ShopRite invece sarà probabilmente il mio punto di riferimento per la parte alimentare. Ben fornito, con mia sorpresa, di frutta e verdura, alterna alle incommestibili atrocità culinarie dei cibi pronti da yankees, prodotti di buona qualità ed offrendo una scelta di base di cibi italiani che mi ha permesso di arraffare pasta de cecco, sughi barilla, pelati, caffè e olio extravergine (nulla di che) da bravo italianuzzo emigrante, catturando la mia attenzione anche con un pacco di “galletti” mulino bianco (i miei prediletti) da 100 gr. al modico prezzo di 5$ da considerare come extrema ratio solo in momenti di grave depressione da cucina casereccia nostrana. Ho comunque bilanciato con un enorme pacco di kellog’s grande almeno il doppio di quello che abbiamo alla “Coppe” ed un cartone di latte, il più piccolo, cioè da mezzo gallone!
Così ha inizio questa prima parte di avventura che oggi, seduto sulla poltrona del salotto, mi ha già donato uno strano déjà-vu…possibile aver già visto e vissuto questi posti in passato? Alla prossima storia!