Un tirocinante italiano in America – alimentazione made in USA

Welcome back! Se i “Queen”, non me ne vogliano tutti i grandi cantautori e musicisti a stelle e strisce, dicevano “the show must go on”, ciò che può offrire questo Paese è davvero sorprendente e dà spettacolo, per l’appunto.

Ripartendo da dove avevamo lasciato, con le avventure alla scoperta dell’infinita offerta di supermercati, non si può che prendere atto di una grande verità: tutto ciò che la fantasia può pensare di essere commestibile, in ogni forma e colore, si può trovare. Anzi, talvolta la realtà supera la fantasia, soprattutto quella di un ignaro socio fidaty dell’intramontabile Caprotti, aficionados dei marchi di qualità e della rassicurante S sui prodotti, che può trovarsi davanti interi scaffali di items che non solo da noi rimarrebbero invenduti ma che per leggi del tricolore trovano uno stop legislativo già alla dogana.

Con mia grande sorpresa positiva, tuttavia, ho preso atto rispetto all’unica passata esperienza a stelle e strisce quattro anni fa, anche di una società in positiva evoluzione, almeno per i nostri standard. Vivere in un’area (per le mie tasche ahimè) con i redditi tra i più alti del Paese di sicuro contribuisce a vedere comunque una platea di consumatori sempre più attenti alla qualità dei prodotti, trincerando le loro insaziabili fauci dietro al nuovo trend del controllo dei cibi, cosiddetti “organic”. Diciamo che è il modo per essere più sicuri di non mangiare carne con mucche bombardate di steroidi come andassero alle gare di Mr Olympia, polli allevati in batteria beccando più antibiotici che chicchi, o vegetali e frutta resistenti anche alle dieci piaghe d’Egitto di biblica memoria. E questi, insieme al kit di sopravvivenza italiana descritto nell’introduzione, sono il mio target di spesa: un po’ più cari, ma con una maggiore garanzia di non tornare tra qualche mese a casa in versione omino Michelin, con già la gomma gonfia incorporata.

Di soggetti del genere, infatti, se ne vedono ancora molti a giro. La platea di nuovi consumatori, sebbene raggiunga tra i trenta e quaranta milioni di persone, deve ancora confrontarsi con tanti homer simpson della realtà, che si muovono con affanno spinti più dall’odore, almeno per me, nauseabondo di rifritto presente in molti luoghi, che dalla forza delle gambe.

Tuttavia pare che la catena con la famosa M tondeggiante, ancora di salvezza per tanti turisti e rassicurante punto di ritrovo per americani in giro per il mondo che non vogliono rischiare di farsi contagiare dalla cultura altrui, oltre che kinderheim per feste di compleanno, stia perdendo sempre più colpi nei confronti di concorrenti con una linea sempre di fast food ma più salutare, tipo quella con la grande S che riporta alla metropolitana…non l’esselunga, ovviamente!

Di questa dicotomia alimentare, con modelli di vita a confronto, ne ho avuto piena dimostrazione all’atto pratico con i miei coinquilini, trovandomi fuori campo non solo non essendo connazionale ma perché con la fantomatica dieta mediterranea, nonostante le abbuffate, si resta sempre convinti che se i nostri nonni hanno visto i novanta noi non saremo da meno…(corna facendo).

Comunque, tornando ai due roommates (che ironia vuole abbiano davvero le camere una a destra ed una a sinistra della mia), ho trovato nel pacioso Mike l’America con la sua tradizione mangereccia ad alto tasso di colesterolo e rischio d’infarto e nell’atletico Edgar quella degli acquisti esclusivamente salutisti facendo attenzione anche alle proteine, fibre e balle varie.

Il primo, infatti, vive del regno dei prodotti pronti (dalla pizza surgelata ai noodles da scaldare, dai pop corn per microonde ai tacos da rifreggere). Il suo repertorio poi si estende sul take away oppure nel cibo che gli portano a casa. Cenando alle sei quando ancora devo far ritorno dall’ufficio non posso sapere con certezza quali siano le altre schifezze del menu personale, ma dai consumi del week end ho capito che nella sua rubrica prima di “alicia” ci sono a-pizza, aa-kebab, aaa-mexican e via dicendo. Con mia incredula sorpresa, tuttavia, mi sono reso conto che le derrate alimentari che scompaiono a pasto per causa sua non sono comunque sufficienti. Il mio bulimico coinquilino, infatti, non attendendo il più equilibrato orario italiano del desco serale dopo il lauto pasto delle 6 pM rimette ben presto le ganasce in gran movimento, consumando nelle ore successive le leccornie (per i suoi canoni) più varie, dai pop corn al latte con i flakes. Tuttavia, la sua ingordigia mi ha fortunatamente confermato che per ora ai capelli bianchi che sopraggiungono impietosamente non si sono anche accompagnati attacchi di alzheimer, avendo ritrovato pacchi di biscotti nuovi misteriosamente a metà o quasi finiti.

Sempre rispettoso degli spazi ed altrui prodotti alimentari, va detto, nei suoi sonnambuli ingurgitamenti notturni ha fatto fuori il mio pacco di pumpkin biscuits in due notti, dimenticandosi di vivere nel paese della proprietà privata e soprattutto di aver invaso un confine di armadietto pericoloso. Come ho sostenuto all’incipit dei racconti la filosofia di questa esperienza di vita è quella di provare ad osservare la realtà circostante, cercando di non essere troppo critico, così come nel tentare di porsi in modo più easy. La mattina dopo, infatti, ho cercato di mettere da parte l’arrabbiatura per il principio di non rispetto parlandone con la calma e ritrovando la sera un nuovo pacchetto esattamente nella stessa posizione. Questo training autogeno, diciamo molto work in progress, sulle incazzature è stato poi del tutto spazzato via in modo ironico da un messaggio dello stesso Mike la notte successiva quando, in un attimo di risveglio dopo aver assaltato come la diligenza pure i biscotti al cioccolato, si è autodefinito un ciccione addicted ai dolci. A quel punto la scena è stata così buffa che non ho potuto che buttarla sul ridere e, non essendo capace di rendere la mia parte di dispensa come fort knox, ho semplicemente evitato anche per la sua salute di comprare altri troiai a cui, come i bambini(oni), proprio non sanno resistere!

Con il buon Edgar, invece, la realtà è diametralmente opposta. Il mitch buchannon della piscina del paese vicino (fa il bagnino per davvero), nonostante il fisico da arbitro di scacchi, e portiere di una squadra di calcio con il sogno di sfondare in quel mondo o altrimenti diventare un top gun in aviazione, è proprio un salutista convinto. Ancora faccio fatica a capire la composizione di tutti i suoi intrugli vegetali, tuttavia le sue confenzioni porzionate ed i mini sacchettini di plastica in cui mette le nocciole e noccioline che conta una ad una mi fanno sorridere. Tutto questo avvalorato da una dieta a base di uova, comprando la confezione da 36 tipo Rocky (da notare che qui la media è 12 o 24, io compro la confezione da 6 di un unico produttore sfigato) e di carote, o per meglio dire carotine piccolissime crude, già pelate, che onestamente non avevo mai visto ma ho comprato anche io con buon piacere.

Che dire quindi, sembrerebbero due rette parallele, ma in realtà proprio in un punto si incontrano: quello che per noi italiani è davvero più incomprensibili e quasi inaccettabile, ovvero la consumazione dei loro pasti. Takeway o preconfezionato, cucinato o elaborato dopo lunga preparazione la conclusione è sempre la stessa: sminuzzare tutto, metterlo in una ciotola da colazione (simil mastino napoletano), prendere un cucchiaio (le altre posate sono un optional, a quel punto meglio direttamente una vanga) e portarselo in camera da letto consumando davanti ad una tv grande come la parete ed a sedere su una poltrona da ufficio.

Quando li ho visti per la prima volta, non capendo la loro destinazione dopo aver cucinato e scrutando dalla porta della camera socchiusa per provare a dare un senso alla mia incredulità, ho ripensato al pranzo in famiglia, alla condivisione, al senso del convivium nel termine più profondo. Avendo vissuto per più di due anni solo in due città diverse so cosa significhi mangiare per conto proprio, tuttavia ho sempre cercato di mantenere anche nella impossibilità della condivisione conviviale, appunto, quel minimo di cura e preparazione del tavolo per me stesso, cercando di non far prevalere l’imbarbarimento sciatto.

Di ciò che ho visto fin’ora questo di sicuro è l’aspetto più difficile da capire, cercando di andare oltre la barriera culturale e ripensando a quanto mia mamma avesse ragione a farci spengere la tv quando eravamo tutti insieme a tavola, con lo stimolo di condividere la giornata ed i nostri vissuti. Ho ripensato a quando da ragazzino al contrario non vedevo magari l’ora di andarmene in camera a farmi gli affari miei ed a come invece nelle cene parigine o cremonesi agognassi talvolta di avere qualcuno a fianco o talvolta cenassi magari col vivavoce a telefono. Visto il fuso qui non sarebbe possibile e comunque de facto non vivo solo: nonostante i diversi criteri igienici, ne sono molto felice, ma ancora di più lo sono stato quando per due sere siamo riusciti a cenare insieme, sostituendo le voci e le parole dei programmi tv con i nostri racconti di vita e pensieri, ricreando quel concetto di piazza che contraddistingue il nostro Paese e che dovrebbe riportarci a guardare meno gli schermi e più gli occhi delle persone. See you for the next dinner guys!

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