Archivi categoria: Le sfide future

Expo: il trionfo delle qualità italiane last second

Avendo fatto due settimane il volontario ad Expo posso dire di averlo un po’ vissuto e vi confermo quanto scrissi a suo tempo: visto a partire dal 23 luglio rimasi sorpreso di come fosse stato ben curato nei dettagli sorprendendomi per la qualità’ del sistema nel suo complesso, anche se una pioggia di un giorno causo’ subito il panico generale. Detto questo, con oggettiva analisi e senza farsi trascinare da generosi entusiasmi o critici commenti tipo i gufi di cui parla Renzi, direi di non applaudirsi troppo ma riflettere, anche se il mio appello ovviamente cadrà nel vuoto. I numeri, se da un lato sono estremamente gonfiati dal trucchetto dell’entrata serale a 5 euro e non riflettono tutti i partecipanti di un giorno intero, sono pero’ emblematici di quanto se da un lato siamo il paese dei disastri ecologici, tangenti, impreparazione e pressapochismo, dall’altro sappiamo mostrare il nostro lato migliore che purtroppo come sempre emerge se messi alle strette e dobbiamo aspettare gli interventi in emergenza, come lo studente che deve passare l’anno all’ultimo compito in classe. Milano fu scelta nel 2008, con tutto il tempo per fare le cose con calma e cura appropriata. 5 anni per i permessi, ritardi enormi nei lavori, un commissario straordinario ed il fango che, parole delle guardie con cui ho parlato spesso, era ancora imperante a febbraio e marzo. Allora per favore non gongoliamoci troppo sui numeri di Expo, ma proviamo a prendere consapevolezza che se avessimo competenti e ONESTI amministratori pubblici allora potremmo interamente mostrare il lato migliore di noi, quello straordinario, incarnato non in un amministratore designato per emergenza, ma dal cemento futuristico del palazzo Italia, da tutti quelli che ci hanno lavorato inorgogliti ma sottopagati, dai tanti ragazzi volontari che hanno trascorso li’ le ore sotto il sole, dimostrando che se volessimo potremmo essere nettamente superiori alla Germania perche’ in fin dei conti siamo sempre i, seppur lontani, discendenti di gente come Leonardo, Michelangelo e Brunelleschi.

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A tutti i caduti

Un secolo fa l’Italia entrava in guerra, scoprendo gli orrori bellici che hanno contraddistinto questi cento anni di barbarie e contraddizioni. Era un Paese giovane, appena unito da un punto di vista formale ma dove i sardi non capivano i toscani, i veneti i siciliani, i campani i piemontesi. Tuttavia ci fu quella capacità di andare oltre, di unirsi sotto uno spirito unitario che si è andato sempre di più dissolvendo. Nel suo libro Cazzullo ci dice che fu anche l’inizio della legittimazione del ruolo delle donne, che dimostrarono sul campo, negli studi e nel mondo del lavoro di essere pari o anche più brave degli uomini, venendo finalmente riconosciute nella loro dignità con una legge del 1919. Erano i tempi di un popolo povero, abituato alle fatiche estenuanti, ai sacrifici ed alla sofferenza, che dimostrò di trovare nel patriottismo e nei valori quel coraggio ed eroismo di andare oltre l’ostacolo mettendo il bene degli altri al primo posto…riflettiamoci sul nostro passato.
Dedicato al mio bisnonno Beppino, medaglia d’argento al valor civile durante la Grande Guerra, ed a tutti coloro che hanno perso la vita sul campo e facendosi protagonisti di atti di eroismo.

Una mentalità paesana

Siamo il Paese che ha inventato i comuni, ormai ben otto secoli fa, ma l’essenza di quella mentalità è rimasta pressoché immutata: quella di guardare al proprio pezzetto delimitato facendone il massimo interesse a discapito degli altri, senza avere lo sguardo più lontano di quel confine che in epoca moderna è rappresentato nella quotidianità dal varco dell’uscio di casa. Se la politica, almeno teoricamente, è l’espressione del volere popolare allora quella italiana ne è chiaramente l’immagine. Invidiosi della grandeur dei cugini d’oltralpe, del ruolo chiave da sempre rappresentato dall’Inghilterra sebbene in un lontano ricordo dell’empire che fu e della solidità incrollabile teutonica a farsi sempre e comunque valere, restiamo quell’Italietta di giolittiana memoria. Affannati dalla bagarre politica simil assemblea di condominio fantozziana e dalla necessità di tutelare in “razziana” maniera i propri interessi personali e di partito riempiendosi le tasche, lasciamo scorrere davanti a noi i destini del mondo e di quella Europa di cui siamo stati fondatori. Magari nel momento eclatante siamo tutti Charlie, senza neppure sapere che cosa fosse, scoprendo all’improvviso di dover espellere della gente sulla breccia dell’allarme fino a che il polverone si sarà calmato, in attesa di uno successivo, oppure ricordarsi che nel mediterraneo ci sono posti di abituali vacanze dove non si può più andare, mentre i soldi invece che alle agenzie di viaggio vanno a pagare i riscatti, ma nulla più. Non si interviene a fermare il genocidio di Boko Haram come era stato promesso, non ci si rende conto che la primavera araba è diventato un inverno di morte tra il deserto e le acque del mediterraneo, si fa finta che in Ucraina non ci sia la guerra perché è un est abbastanza lontano da noi, non si sa come rispondere, anzi non si risponde in nessun modo ad un esercito di tagliagole che potrebbe essere sconfitto in poco tempo se non ci fossero interessi geopolitici troppo grandi dietro. Meglio non ricordarsi che domani forse segnerà la fine di ogni trattato diplomatico e l’inizio di una possibile nuova guerra fredda o ancor peggio mondiale, forse non ce ne rendiamo minimamente conto. Alle porte dell’Europa la gente combatte e muore davvero come facevano i partigiani settant’anni fa, gli americani sono pronti a dare aiuti senza rischiare la guerra sul loro suolo proprio come allora e il Chamberlain moderno come fece il ministro inglese nel ’38 con Hitler sta provando ad evitare il peggio, ma sappiamo come andò almeno in passato. Strano che ora quel ministro sia una cancelliera tedesca, e meno male che c’è, almeno lei, insieme a Monsieur le President che ormai è très petit ma che almeno sta provando ad evitare al mondo di far ripetere quella storia da cui non abbiamo imparato nulla come sempre. Ed i politici italiani? Rimandano a domani, stasera comincia Sanremo…

La Grecia del danzante Zorba ormai triste

Oggi si vota in Grecia: il Paese che ha inventato la democrazia mostrerà di essere in grado di esprimerla fino in fondo dando un governo che rispecchi il volere del popolo sovrano? Se vincesse Tsipras rimettendo in discussione gli accordi presi dai governi precedenti questo non solo certificherebbe che l’Europa di unito non ha niente e che la sua moneta è stato un artifizio finanziario, ma soprattutto creerebbe un precedente molto pericoloso: quello di avvalorare future decisioni di altri Paesi di non rispettare gli accordi presi. In Italia questo non potrà mai accadere, sia ben chiaro, altrimenti crollerebbe l’Europa davvero se un Paese così importante e con più di duemila miliardi di debito dichiarasse di non voler più pagare. Nel nostro Paese gli interessi superiori continueranno a prevalere, certificando una autodeterminazione del popolo che di fatto non esiste proprio perchè nessuno può permettere di farci fallire. La Grecia, che è vissuta per decadi oltre le proprie possibilità, senza avere industrie tranne quella effimera del turismo, è ormai da tempo tecnicamente fallita e con questa elezione potrà quantomeno mostrare l’orgoglio personale: quello di affermare che per gli errori dei politici del passato non è giusto affamare un Paese, anche se così come l’Italia o ci si rende conto che il sistema clientelare, corruttivo e la pesantezza della burocratizzazione ad ogni livello vengano limitati o altrimenti non ci sarà mai soluzione. I tedeschi, con la loro efficienza e solidità, sono i padroni di questo continente, a Firenze ieri l’altro è stato certificato. Per due volte nella storia non hanno pagato i debiti, però pretendono che lo facciano gli altri e comunque sia il loro modello si è dimostrato in ogni punto di vista quello vincente, avvalorando quell’idea di pangermanesimo che non è più messa in atto con i panzer ma con gli interessi finanziari, e certificando che questa Europa ha tolto i confini nazionali solo quando le fa comodo, tra la gioia festante di tedeschi sempre più ricchi ed uno Zorba non più ottimista e che ha perso il suo spirito danzante..

All’uomo del 2015

Alcuni hanno il divieto di pronunciarne il nome, altri non vi credono, per molti costituisce l’essenza della loro vita ed è quindi intoccabile, per certi l’offesa o la derisione non costituisce un problema. Cerchiamo di essere gli artefici del nostro destino ma è quasi impossibile esimersi da un frequente confronto nel profondo di noi stessi con ciò in cui crediamo.

Dall’alba dei tempi l’uomo si è sempre interrogato a partire dagli dei della natura, identificando nel divino – qualunque esso sia nel rispetto della credenza di ogni religione – un’entità per sua essenza più grande dell’uomo.

Anche coloro che non vi credono hanno comunque dovuto confrontarsi con il proprio spirito (o comunque tra la parte razionale e non di sé), confermando quanto, al di là di ogni vincolo dogmatico, l’essenza più profonda ancor prima di una forma precostituita si possa ritrovare solo nella credenza di ognuno.

Nella domenica del riposo (e della riflessione, o almeno per rallentare un attimo a dare forma ai pensieri offuscati dal quotidiano vortice di pseudo- obiettivi da raggiungere) per più di un miliardo di cristiani, potremmo riflettere sul fatto che queste prime settimane del 2015 non ci hanno fatto dissipare i pensieri dello scorso anno, né tramutarli in uno scenario più roseo.

Nell’anno in cui per sei mesi, ancorché meramente focalizzati ad un mero ritorno economico di breve periodo, si dovrà discutere sul futuro del nostro pianeta e quindi della nostra stessa esistenza e possibilità di garantirne alle future generazioni, ancora una volta il nostro rapporto con un’entità superiore è in primo piano.

L’anno si è riaperto intensificando le intolleranze, gli eccidi, le prese di posizione, le critiche in Suo nome; ma soprattutto perdendo di vista quel rapporto intimo e personale che dovrebbe portare a guardare dentro di noi, anziché negli altri, veicolando quella forma religiosa precostituita a cui rispondiamo ed imponendola come giusta.

Per interfacciarsi con il proprio spirito ci dovrebbe essere la libertà di scegliere quella che preferiamo senza imporne un’altra o arrivare alla negazione di altre esistenze umane in questo nome. A questo è ciò a cui è arrivato l’uomo, in un futuro che continua a mettere a repentaglio disossandolo delle sue risorse materiali e macchiandolo di sangue nelle fondamenta spirituali. Nell’incertezza verso un domani di cui vuole esserne totalmente artefice ma che sta distruggendo giorno per giorno, ed allo stesso tempo in un domani che prova a costruire nuova speranza di vita ma senza riuscire a fare a meno di affidarsi ad un’entità più grande di sé.

Nonostante si continui ad invadere questo dualismo personale in ognuno di noi intingendolo di odio vermiglio e distruzione, vi è un momento in cui avviene la risposta più chiara da parte di ciò che cerchiamo dentro e verso cui riponiamo la speranza per noi stessi ed il nostro futuro come umanità: la continuità della vita nella nascita di nuovi figli. Attraverso questa, parafrasando il poeta indiano Tagore, nonostante tutto, Dio ci dimostra che non si è ancora stancato degli uomini.

 

A tutti i neonati nel 2015

Savonarola dal minareto

Chiedendo scusa a tutti per la prolungata assenza, riapre purtroppo il 2015 con un fatto di cronaca gravissimo legato ad una città che mi è molto cara, Parigi, ed al giornale satirico Charlie Hebdo che conobbi poco più di due anni fa proprio in occasione della mia parentesi di vita parigina tra i vicoli di Montmartre. Ieri è stato leso uno dei diritti più importanti per l’uomo: quello di espressione e libero pensiero, tema molto sensibile ed a cui è legata, seppur nel suo ruolo umilissimo, questa pagina.
Immediatamente, insieme ad una solidarietà tanto spontanea quanto genuina da ogni parte del mondo senza distinguo di razza o religione, si è accompagnata la riapertura di un tema così discusso quanto quello dell’integrazione, dell’accoglienza e dell’Islam quale punto di partenza per una barbarie indicibile, vettore di un fanatismo degenere che per essere subito chiaro nella riflessione non ha nulla a che vedere con qualsiasi religione o senso più profondo del rispetto e del credere in Dio. I fatti parlano chiaro, purtroppo, perché il numero di musulmani uccisi da questi criminali taglia gole che ieri hanno sparato in testa ad un poliziotto inerme a terra è elevatissimo nei vari Paesi orientali, Siria in primis. E questo chiarisce subito quanto il distinguo tra religione islamica e criminali che uccidono nel nome del profeta sia netto.
In un momento di concitazione ed emotività come questo, infatti, c’è sempre il rischio di incorrere in facili forme di intolleranza, così come mascherarsi da sedicenti intellettuali di sinistra radical chic che fanno dell’integrazione a tutti i costi il loro leitmotiv senza avere in mente un quadro storico e culturale ben chiaro. Non è accettabile, infatti, mettere aprioristicamente le barriere agli ingressi in Europa, tuttavia è chiaro quanto il controllo, identificazione e selezione delle ondate migratorie siano sempre di più una priorità. E’ un confronto di culture diverse, ed il buonismo mascherato dall’integrazione e dall’accoglienza a tutti i costi forse si dimentica troppo spesso quanto questo non sia reciproco nei paesi musulmani da cui provengono la maggior parte delle ondate migratorie.
La mia personale analisi contemporanea dei fatti di ieri parte quindi come sempre dalla storia. Mille anni fa i cristiani hanno combattuto le loro guerre nel nome di Dio per la conversione degli infedeli, hanno colonizzato interi continenti con questa scusa per poi depredarne risorse e sottometterne i popoli, è stato creato il tribunale dell’inquisizione e in Italia fino a un po’ di anni fa, tanto per dirne una che sembra impensabile pensando ad una partita della viola allo stadio, bestemmiare era reato. Nell’età medievale la cultura islamica, ovviamente accompagnata da quella occidentale, ha donato all’umanità un apporto culturale immenso: dall’algebra all’architettura, dalla musica alla all’arte, dalla chimica all’astronomia passando per matematica e medicina. Quell’età per l’islam era caratterizzata dalla cultura e dalla apertura di pensiero, quella che noi abbiamo conquistato in mille lunghi anni fatti di lotte scientifiche, sociali, per la parità dei sessi, per la libertà di stampa e di opinione oltre a molte altre. Intanto nel mondo islamico nel corso del tempo è aumentata l’arretratezza culturale, fomentato il fanatismo ed il fondamentalismo di fatto facendo l’esatto opposto di quello che è avvenuto in occidente: permettere la laicità dello stato. Il terrorismo, l’uccisione in nome di Dio, la barbarie cruenta, non fanno parte dell’islam e per fortuna sono in molti a dirlo e sostenerlo, però a mio modo di vedere è necessario avere l’onestà intellettuale di ammettere di essere rimasti mille anni indietro, è questo il punto, perché la totale chiusura alle altre religioni nei paesi musulmani, il ruolo della donna (tranne rare eccezioni di alcuni Paesi), il divieto di qualsiasi tipo di battuta su tutto ciò che riguarda Dio ed i vari profeti (detto da un’intervista di un Imam) mi sanno molto di Savonarola dal minareto, ma il buon Girolamo ha smesso di appiccare roghi più di mezzo millennio fa…

Un’emergenza da cui non riusciamo ad emergere

Come ormai troppo spesso avviene, diffuse modalità di comportamento non ponderato o istintivo si riflettono anche nell’uso improprio o sproporzionato di parole che poi vanno ad assumere un significato comune anche dissimile da quello originario. E’ ciò che avviene per la parola emergenza, un termine che sta diventando sempre di più un marchio di fabbrica italiano, andandosi ad aggiungere ai tanti prodotti “made in Italy” più conosciuti. Di questo, tuttavia, non c’è da andarne fieri, né tantomeno si ha coscienza di quanto sia sbagliato sbandierare la capacità di uscire o risolvere le emergenze quando queste si susseguono continuamente ed assumono il carattere di normalità, o pseudo tale.

Offuscati dal trend purtroppo sempre più diffuso di neologismi di scuola anglosassone, abbiamo fatto nostro quel concetto di emergency come stato di pericolo e grave momento di criticità, trasformandolo in una situazione di quasi quotidianità, sotto ogni punto di vista. Al contrario, si è perso di vista l’etimo delle nostre nobili origine latine. Citando la Treccani, significa letteralmente “sorgere, innalzarsi, venire a galla o alla superficie di cosa tuffata”.

Vedendo per l’ennesima che invece molte zone d’Italia sono sommerse proprio da quell’acqua da cui si dovrebbe venire a galla in un momento di emergenza, fa riflettere quanto invece siamo lontani dal suo senso proprio, delineando un’immagine doppiamente negativa.

Dal famoso boom economico degli anni ’60, per sopperire ad un incremento demografico mai visto prima ed una richiesta abitativa esponenziale, si è cominciato un tanto irreversibile quanto indiscriminato processo di cementificazione ed urbanizzazione. Senza un piano regolatore efficiente ed un approfondito studio della geologia del territorio le autorità ad ogni livello hanno avallato per tornaconti elettivi l’attuazione del principio più pericoloso: la prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico. Mentre in molti Paesi gli studi di edilizia venivano svolti per essere il più possibile avveniristici da un punto di vista di impatto ambientale oltre che strutturale, in Italia è stata permessa la costruzione selvaggia di edifici popolari inadatti quanto quella di abitazioni in zone vietate. Case in aree archeologiche, sismiche, alle pendici dei vulcani, nei letti dove scorrevano fiumi, in aree franose, in parchi naturali…la lista è lunga quanto agghiacciante ed ancor di più se pensiamo allo strumento, unicum italiano, che è di fatto una legittimazione a non rispettare la legge sanando l’abusivismo: quello del condono edilizio. Ai miei occhi la più abietta forma di scelleratezza e miopia verso il futuro. Ricordo ancora quando i ministri del tesoro di alcuni anni fa dovettero ammettere di aver usato questo strumento perché era l’unico modo di rastrellare fondi per i propri governi. La logica del sopravvivi oggi e spera per il domani o, ancor peggio, distruggi il domani, perché così è stato.

Ed ecco allora che telegiornali, radio e giornali continuano quotidianamente a mostrare un Paese che sta franando su se stesso così come i suoi valori morali, affondando in un fiume di insensata burocrazia e scempio del territorio. Che ormai il clima sia cambiato in modo radicale è semplicemente un dato di fatto a cui non possiamo trovare rimedio e, per evitare riti scaramantici più consoni ad una società primordiale che ad una industrializzata del G7, l’unica cosa è intervenire in modo preventivo. Ed i soldi ci sono: perché anche questa è la più grande bugia che ci stanno raccontando.

Non potendo distruggere ciò che già è stato eretto ed è abitato, non è comunque accettabile barattare con la superficialità e trascuratezza la vita della persone: quella fisica (molti sono stati i morti), quella economica (danni sempre più elevati a case e negozi) e morale (l’ingiustizia di non essere ascoltati e veder rispettati i propri diritti di cittadini). Ed allora stride sentire che i comuni hanno soldi nelle casse ma che non possono essere usati per il patto di stabilità, stride che vengano fatti dei lavori che sono come mettere solo un cerotto su una ferita aperta da disinfettare e poi ricucire, sanandola una volta per tutte.

Sapete quanto costerebbe mettere in sicurezza tutto il Paese? 40 miliardi di euro. E sapete quanto abbiamo speso dal 1944 per interventi in situazioni della famosa emergenza di cui parlavamo? 62 miliardi di euro fino allo scorso anno. Ma soprattutto, sapete quanto paghiamo solo di interessi ogni anno sul nostro debito? Nel 2015 arriveremo a 100 miliardi, cifra poco superiore a quella pagata quest’anno. I dati oggettivi fanno riflettere e non credo servano commenti.

Non possiamo continuare a vivere in un’emergenza giornaliera, questo non è accettabile, perché significa soltanto alimentare la precarietà ed incertezza quotidiana nella vita di moltissime persone ancor più di quanto la condizione umana non lo sia già di per se stessa. Quando impareremo a vivere oggi per dare sicurezza al domani? Questo è un dovere di chi amministra e governa un Paese, ma soprattutto è un diritto dei cittadini non vedersi obbligati ad essere abbandonati alle loro forze contando su quel milione di straordinarie persone che fanno volontariato in Italia. Sono loro che rappresentano l’immagine più sana di questa fragile nazione, che ha però voglia di vivere in una condizione di normalità ed in cui riemerga e risorga quel rispetto e premura verso il proprio territorio che per troppo tempo è stato sommerso.

Fermi al 1492 senza la ricerca di nuove rotte

12 ottobre 1492: una di quelle date incise nella storia e che ne collocano l’inizio proprio di quella cosiddetta dagli storici moderna. Le tre caravelle di Colombo si avvicinano alle coste del nuovo mondo, anche se la convinzione del navigatore genovese rimarrà quella di aver scoperto un nuovo passaggio verso le Indie. Da quel momento l’Atlantico comincerà ad essere solcato dai grandi velieri sempre più spesso ed ancora una volta un italiano, il fiorentino Amerigo Vespucci di cui molti studenti americani notoriamente ignoranti non ne conoscono neppure il nome, capirà di essere approdato in un continente completamente nuovo e gli darà il proprio nome.

La Spagna finanziatrice delle prime esplorazioni, con un impero ricco ed in procinto di dominare il mondo senza che mai su di esso calasse il sole, un navigatore genovese ed uno fiorentino. Proprio loro, maggiore espressione della conoscenza e cultura che in quel periodo dominava la storia, vedendo nella città della Signoria la culla del rinascimento e l’apice del potere della famiglia Medici mentre in quella Repubblica Marinara la dominatrice di tutto il mar Tirreno e prospera attraverso i suoi commerci nelle terre più lontane.

I due grandi navigatori e tutte le spedizioni che si susseguirono sempre più frequentemente ebbero il contatto con una cultura che anche per quel tempo poteva essere definita “primitiva”, o quantomeno nell’ottica più concreta ancora legata ai misteri della natura. La stessa che in pochi secoli venne decimata dai nuovi coloni che si riversavano in massa sulla famosa east coast e che, incuranti dei pericoli e delle difficoltà, puntavano con determinazione verso il golden state. Nell’ultimo secolo, dopo il diffondersi di una brutale cultura ottocentesca tema dei molteplici film western, i nuovi Stati Uniti d’America hanno corso a ritmi frenetici lasciandoci indietro. E questo fa riflettere, ripensando proprio allo stesso giorno di più di cinquecento anni fa.

Le frane e gli alluvioni di Genova sono l’immagine più forte di una frana etica e sociale italiana, in un Paese che si sta sgretolando su se stesso ed è ormai tanto instabile quanto il suo substrato idro-geologico. Mentre il resto del mondo continua a progredire e rinnovarsi, siamo rimasti prigionieri di un sistema da noi stessi creato, fatto di quella burocrazia che uccide quotidianamente posti di lavoro, figlia di interessi personali e giochi di potere che continuano a corrodere le speranze di rinnovamento e cambiamento. Si continua a costruire dove non si può, distorcendo appalti ed autorizzazioni con la corruzione, senza curarsi del territorio, di ciò che già c’è, senza mantenerlo né tantomeno migliorarlo in una collettiva e generale noncuranza e incivile oltraggio di ciò che è pubblico della comunità. Molto spesso prevale il vivere di ricordi, pensando alla storia ed allo splendore dei tempi che furono, come nella mia città, quella dove Brunelleschi, Botticelli, Arnolfo di Cambio, Paolo Uccello, solo per citare alcuni nomi, espressero al tempo dei mecenati tutta la grandezza della loro arte.

Proprio a Firenze si vive di questo, ma senza né gratitudine né desiderio di guardare avanti. In una città dove mai niente è stato fatto per farvi vivere e soprattutto spostare le persone che non fossero turisti si vorrebbe creare un museo a cielo aperto, purtroppo però mal tenuto e dove le regole non vengono fatte rispettare. La città non è più quella di Lorenzo il Magnifico, questa è ovvio, ma nemmeno si avvicina alla fiorentinità descritta minuziosamente da Vasco Pratolini o cantata in “Firenze Bottegaia” da Marasco. E’ ormai quella presa quotidianamente d’assalto da un turismo sempre più selvaggio ed irrispettoso, sporca e disordinata dai parcheggi senza regola, continuamente trivellata da nuovi lavori fatti male e dove ormai sembra di essere più al mercato di Marrakech invece che nel centro della cultura italiana. Le immagini di studenti erasmus, americani ed italiani che la trattano come una Woodstock con qualche monumento che richiama all’idea di un grande vespasiano fa male, e le ferite continuano ad accumularsi, nella antica culla del rinascimento così come in tante altre città italiane, Venezia in primis. Sono le immagini della totale amoralità e noncuranza di ciò che di magnifico è stato creato ma che non si riesce a mantenere e curare, tanto quanto siamo rimasti affossati nelle sabbie mobili del passato senza aver il coraggio di rinnovare in un’ottica futura ciò che abbiamo, restando al passo.

E nel parlare di questo faccio un esempio concreto: il museo degli Uffizi, uno dei più famosi al mondo. Nonostante al suo interno siano contenuti alcuni dei quadri più preziosi e più belli in assoluto è passato in pochi anni dal diciannovesimo al ventiduesimo posto per numero di visitatori, lasciando il primato incontrastato al Louvre. L’ingresso conferma di essere totalmente inadeguato, i controlli di sicurezza non vengono fatti poiché file immense di persone passano sotto il metal detector continuando a suonare (vi immaginate negli USA?) e lo spazio delle sale è totalmente insufficiente. I magazzini degli Uffizi contengono infatti decine di migliaia di opere che non possono essere esposte per mancanza di sale espositive e che per tale motivo vengono infatti saltuariamente prestate a musei di altre città. Vista la bellezza del palazzo, finemente e minuziosamente decorato in ogni dettaglio che distoglie quasi l’attenzione dalle opere esposte, sarebbe folle per esempio pensare di creare un nuovo polo espositivo moderno? Un palazzo tutto nuovo, rivalorizzando una parte della città, ben collegato e che sia il frutto di un vero concorso tra i migliori architetti del mondo, cosicché possa ospitare tutte le opere a disposizione. Il progetto grandi Uffizi va avanti da più di vent’anni ma la gru è tutt’ora un ospite stridente nello scenario di piazza Signoria in prospettiva dal museo. Dare la possibilità di dimostrare di guardare avanti e soprattutto di far godere a tutto il mondo delle opere nascoste che nessuno può vedere si tratta di una idea folle? Oppure forse ci si vuole chiudere dinanzi alla miopia che le cose funzionino quando invece non è vero?

Guardandosi attorno tutto corre, mentre noi restiamo fermi, inermi nel prendere atto che le contraddizioni che ci contraddistinguono non cambiano, le ingiustizie rimangono immutate ed i valori civili e morali si affievoliscono sempre di più. Dove sono i Cristoforo Colombo e gli Amerigo Vespucci scopritori di nuove rotte? Dove sono gli sperimentatori e innovatori che lavoravano nella culla del rinascimento? Non possiamo solo guardare indietro, altrimenti davanti alla cupola del Brunelleschi si continuerà solo a provare nostalgia del tempo che fu, senza intravedere, dietro a questa, una nuova rotta fatta di speranza.

da «italiano di domani» vi dico destiamoci!

Tutto comincia con un’idea, che si tramuta in proposta, per poi, passando per la testa e per il cuore, farsi concreta nell’azione. Se l’ultima fase è imprescindibilmente di nostra esclusiva competenza, sono convinto che per le altre si trovi sempre un’ispirazione nelle persone: in ciò che dicono, scrivono o fanno.

L’idea di scrivere è nata dal mio amico Alessandro, che prese proprio l’iniziativa di creare il blog e dargli il nome, che ho deciso di tenere. Questo sinceramente è stato tre anni fa. Quel progetto, per senso di inadeguatezza e mascherando l’indecisione con la scusa del tempo mancante, venne accantonato.

Ma è proprio dagli altri che nasce lo spunto e così è stato in questo periodo. Non trovando tanto un modello, poiché sono convinto che ognuno, avendo il proprio bagaglio e strada davanti a sé in un momento storico e della vita personale diverso non possa compiere gli stessi passi, ma quanto un motivo per essere spronato a provarci.

Questo lo devo al giornalista e scrittore Beppe Severgnini, che voglio ringraziare.

Senza troppe contorsioni linguistiche, è questo il messaggio che mi sono sentito di inviare dopo la lettura di “Italiani di domani”, uno dei regali più azzeccati che mia nonna, lucida e moderna ottuagenaria, mi abbia fatto.

Pur non trovandosi davanti a me, la prima sensazione leggendo è stata opposta a quella che ricevo dalla maggior parte degli scrittori. Nelle varie otto chiavi per il futuro ho rivissuto alcuni episodi, positivi e negativi, che mi sono accaduti e per questo è come se fossi stato ascoltato.

Ho sentito la vicinanza, non a caso uso questo termine, di una persona che con grande capacità di ascolto, merce rara di questi tempi, raccogliesse le grida di rabbia di me come di molti altri ragazzi “Ottantini” che, come scrive, ci siamo ritrovati in corridoio. Siamo proprio noi.

Ma la comprensione non è sufficiente: anzi, se in dose eccessiva, può diventare controproducente. Un buon genitore e rappresentante del mondo degli adulti sa (o dovrebbe) che noi ragazzi non dobbiamo essere solo spronati ma soprattutto incoraggiati per ridarci la speranza, termine magari eccessivo, di riappropriarci di quel futuro che ci spetta di diritto, ma che solo tirando fuori il carattere e dimostrando di saperlo fare in modo corretto e onesto, non come i cattivi esempi del passato, potremmo riavere.

E’ proprio su questo che si gioca la partita: per far goal serve capire cosa sia successo e riscrivere le pagine senza gli stessi errori. Però bisogna avere l’opportunità di scendere in campo e non restare in panchina.

Cercare lavoro in questa fase così delicata a livello generale e soprattutto in Italia, infatti, ormai da alcuni anni rappresenta un salto da un’alta scogliera a picco sul mare, dove l’acqua è bassa e gli squali sono numerosi. L’invio del cv si sussegue di decine in decine, verso le aziende più disparate e le mansioni talvolta meno attrattive. Ciò che crea prima stupore e poi con l’andar del tempo sdegno è il non ricevere nemmeno una riga di risposta, neppure automatica, che faccia sentire quantomeno considerato senza far sorgere il dubbio che il  profilo sia stato direttamente cestinato. L’immagine stride e l’autostima si affievolisce, fino a perdere la fiducia nella possibilità di trovare la via per autorealizzarsi ed imparare, perché non degnare nemmeno di un accenno vuol dire che sarebbe tanto meglio togliere sulla pagina internet la voce “lavora con noi”.

Chi riesce a superare il tuffo senza rimanere incagliato nella scogliera iniziale della selezione deve poi affrontare il mare aperto delle relazioni interpersonali sul lavoro. La differenza generazionale e d’esperienza, che rappresenta una preziosa occasione per imparare, si tramuta talvolta nell’apatia di trasmettere la conoscenza, fin quasi a vedere nella nuova generazione un ostacolo, più che il futuro di continuità e sviluppo. Tra i nati fra gli anni cinquanta e sessanta sono tuttavia molti che, con grande onestà intellettuale, fanno autocritica verso la loro generazione, gli sbagli commessi e quell’egoismo di chi, solo con un diploma e sicuramente con la laurea, riusciva a trovare lavoro e ci rende così difficile trovare uno sbocco adesso. Chi riesce a comprenderlo di sicuro sarà molto più propenso ad interfacciarsi in maniera costruttiva: carpiamone gli insegnamenti, comprendiamo la strada che hanno fatto e motiviamoci per la nostra.

Preso atto di questo, infatti, pensiamo ad agire. Prima di tutto dimostrando l’impegno e la voglia di fare oltre che la serietà, a partire già dalla scelta del percorso di studi universitario o di apprendistato di lavoro. Scegliere ed iniziare un’università senza discernimento non è proprio una buona idea, ma soprattutto direi corretta. Questo significa non essere onesti con i propri genitori, che nella maggior parte dei casi sono i finanziatori diretti, ma in particolare verso se stessi, il che è peggio. Meglio sicuramente prendersi un attimo di riflessione e fare altro anziché iniziare in maniera casuale; ma comunque darsi da fare in qualunque modo, purché fatto bene. Che sia con un’esperienza di volontariato, lo studio di uno strumento o una lingua (obbligatorio ormai!) in modo approfondito, un periodo di vita all’estero, un lavoro part-time: l’importante è non restare fermi. Qualsiasi forma di esperienza è preziosissima e troverà una sua utilità e funzione futura nel corso della vita, lavorativa e personale. Sono queste le carte che permettono di mettersi in gioco il più possibile in una partita che, sarebbe ridondante ribadirlo visto il quotidiano bombardamento mediatico, è tanto competitiva quanto con limitati premi in palio. Nonostante questo dobbiamo cercare di guardare verso il cielo, verso l’alto a quelle che sono le nostre aspirazioni ed interessi prevalenti, cercando di incamminarci per la strada e specializzarsi al meglio in quella direzione. Sembra un concetto quasi eretico visti i tempi di offerta molto scarsa, ma ce lo dobbiamo. E’ un diritto provarci, anche perché proprio nella grande competizione avere approfondito e investito in un canale preciso può fare la differenza. E proprio quelle esperienze fatte, nell’essere attivi e guardarsi intorno in modo curioso alla ricerca di stimoli e cose nuove da imparare, sono il motore che spinge in questa direzione. Guardando in alto siamo sempre in grado di abbassare gli occhi, se già in basso non è accettabile andare sottoterra.

E se in questo momento l’Italia non ci desse l’occasione di farlo, allora significa che perderà a ragion veduta e per colpa propria un altro dei suoi figli meritevoli. Non sarebbe il primo né sarà l’ultimo, specialmente in un’era di ottica globale. Una nuova scommessa, un nuovo stimolo, anche se con la speranza un giorno di farvi ritorno apportando il proprio bagaglio nel tentativo di dare, anche con la propria piccola parte, un contributo positivo. Niente è facile, nel modo più assoluto, e non ci sono terre promesse. Se le critiche verso il “Bel (ancora?) Paese” sono aspre e su molteplici fronti, gli alberi colmi di zecchini d’oro – o di lavori – tuttavia non crescono in nessun posto come ci insegna il genio di Collodi. Quantomeno non sono zecchini, tutt’al più lilleri senza valore – scusate per il riferimento fiorentino – ma era in tema. Trovarsi in un Paese senza conoscere nessuno, con diverse abitudini, cultura, tradizioni e caratterizzato da un cinico interesse per il profitto non è facile per nessuno, ma rappresenta sicuramente un modo per forgiarsi il carattere. Se però quel Paese o anche città italiana lontana dalla propria rappresenta l’opportunità per potersi realizzare e guardare in alto allora dico “destiamoci!”.

Walt Disney diceva “se puoi sognarlo, puoi farlo”; pensando al nostro piccolo, visto che di geni ed uomini che cambiano la storia ce ne sono stati pochi, dobbiamo crederci e cercare di trovare maggiore forza ed energia, che talvolta in noi stessi perdiamo, nell’impegnarsi a fare il meglio che possiamo. Come dice giustamente il mio amico Paolo originario del Sulcis, la provincia più povera d’Italia, «io che ho una famiglia benestante e che mi ha fatto studiare a Firenze in questi anni, devo cercare di aspirare al massimo che posso e fare del mio meglio anche per quei ragazzi che non hanno studiato» e laggiù ce ne sono molti, l’ho visto con i miei occhi nella Sardegna che i turisti non conoscono: mai verità fu più grande e parole più sagge.

Perciò cerchiamo di puntare al meglio, a ciò che ci ispira di più, trovando la strada che ci metta in condizione di fare questo. Proviamo a sognare e cercare di realizzarci, nonostante la paura della novità e dell’uscire dai confini della certezza siano quelle che rischiano di più di paralizzarci. Questa sarebbe veramente la maggiore soddisfazione anche per qualsiasi genitore: non quella di vedere i figli in una “posizione che conta” (da quale punto di vista, poi?) ma felice nel fare il lavoro che li gratifica e soddisfa, molto spesso perché non hanno avuto questa possibilità. Come disse proprio il nostro Beppe delle righe introduttive in una trasmissione televisiva i nostri genitori sono come dei comò: quelli su cui battere i pugni per un’arrabbiatura, quelli che si possono spostare per non vederli e nei cui cassetti ci riponiamo chiusi a chiave i sogni per paura di viverli, ma che comunque ci sono sempre e che ci ricordano che noi giovani dobbiamo avere il coraggio di aprirli e viverli.

Cerchiamo di trovare questa audacia in noi stessi per ottenere quell’appagamento personale ed affermazione, ognuno nel campo in cui può esprimersi meglio, per cambiare il nostro Paese e soprattutto la sua cultura, in positivo. Il futuro ci spetta.